Due whisky al faro

“Sei sicura di non conoscere quel tipo là fuori? Ti guardava con la smorfia di chi intuisce un misfatto. Forse ha capito… magari ci sta spiando. Più vogliamo essere discreti nella nostra fuga e più i nostri occhi parlano da soli le loro paure. Siamo come bambini in procinto di rubare caramelle dalla dispensa”, dice lui. “Non aggiungere martirio alle mie ansie. Son fin troppo devastanti. Non farlo. Credo di ricordarmi che vicino al faro c’è un bar, forse è aperto. Ci venivo da piccola con mio nonno Alberto. Era là che incontrava i suoi amici marinai, fumando sigari toscani che impregnavano i miei vestiti di odori forti. Vicino a lui sapevo di bosco e di paglia bruciata. Di sale e di maritozzi. Mi teneva sempre per mano per proteggermi dalle insidie del porto. Ero la sua accompagnatrice negli acquisti di pesce. Ogni volta premiava la mia pazienza con gelati Sammontana e aranciate San Pellegrino. Quelle nella bottiglietta ruvida e panciuta. Ero una nipotina con tanti zii, gli amici del nonno, che mi viziavano a oltranza. Quel bar mi ispira una felicità nostalgica. Voglio fermarmi là”, dice lei. Lui acconsente: “Vai avanti prima tu, io entro dopo. Facciamo finta di incontrarci per caso”. In quel momento, solo voli di gabbiano corteggiano le barche di rientro dalla pesca. I due si guardano attraverso il filtro degli occhiali scuri. Il sole caldo e complice li aspetta in terrazza, offrendo il suo calore di benvenuto. Inondati dalla luce di un pomeriggio di primo aprile, i loro volti perdono ogni traccia di oscurità. Il bar è aperto solo per un pubblico non sofisticato. Stanno ancora facendo le pulizie primaverili in attesa dei turisti, quelli veri. Lei entra chiedendo se può dare un’occhiata alla terrazza. Il barista sembra lì per caso ma la invita ad entrare con un sorriso autentico. La terrazza è l’oblò sul mondo discreto delle onde. Schiaffi azzurri sbattono contro gli scogli facendosi osservatori muti di emozioni clandestine. Mentre lui, seduto di fronte a lei, fa esplodere le sue inquietudini : “Sara, non credo di poter aspettare ancora molto. E’ giunto il momento. Le cose si sono maturate, non credi? Siamo qui per parlarne, per la prima volta alla luce. Del sole, del mare e del nostro sentire. Tu eludi, sfuggi, ti fai prendere per un attimo e poi scappi via di nuovo. Sei un tormento. La cosa più grave è rendersi conto che sei l’unico. Tormento, intendevo. Se almeno così non fosse ne distribuirei meglio il peso. Invece quell’unico tormento mi schiaccia il respiro, la mente, i sonni, le digestioni. Mi ruba l’efficienza, la concentrazione e…..credo di essere innamorato di te. Sono passati tre mesi dal giorno in cui si è scatenato quell’uragano di attrazione sublime.
‘Conto su di te per non perderla’ avevo scritto nel biglietto che accompagnava il mio primo regalo. Era una bussola e il mio augurio non era poi così sincero. Di fatto, l’avevo già persa. La bussola, intendo. E mentre ti davo quel mazzo di violette strapazzate dal freddo di febbraio, uscite all’aria aperta dopo un’ora di clandestinità nel cofano della mia macchina, la tua risata faceva eco alla mia gioia nell’offrirtele. Quella bussola diventava un dono simbolico per dirti che da quel momento ti consegnavo il timone. Il gioco era nelle tue mani, ammesso che volevi giocarlo. Io intanto, oltre alla bussola, ho perso l’appetito, il senso delle cose, della mia realtà. Ti amo prima ancora di sapere come mi amerai, se mi amerai, quando mi amerai, quanto mi amerai….

Ho deciso che mi amerai domani. Lascia cadere le barriere. Ascolta la passione. So leggerla anche nei tuoi occhi. Non barare. Ci vediamo alle tre.Domani. Là, nel girone dell’inferno. Entro prima io”. L.P.