Perù

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Perù 

“Occhi a mandorla, piume, note di flauti e mandolini. Smog, odore di montagna, sorriso di bambino con la pelle arsa dal sole.

Dorso curvo di donna andina inginocchiata sui raccolti, coi desideri nascosti sotto le gonne colorate e il futuro appeso alle orecchie di un asino.

Perù dal fiume loquace, trascina via i pensieri e li inghiotte nel suo chiasso, rassicurante e limpido.

Mistero profumato di umidità, di sole che suda, di luna che piange.

Colori allegri  come la danza del rio Sagrado.

Mano sporca di un bambino  chiede ‘la propina’ dopo aver recitato una filastrocca a memoria.

Gonna fucsia della campesina china sul bucato lungo il torrente.

Una mucca  incrocia il tuo sentiero mostrando i palloncini sulle corna, orgogliosa del proprio carnevale.

Il batticuore della montagna, narciso che si specchia al sole, sorridendo al proprio ego.

Respiro che si infrange perché sei troppo in alto o troppo stupito.

Febbraio 2003. Siamo in sei. Tre membri del gruppo  avventura in Marocco 2002, decidono di riunirsi per un altro viaggio insieme. Imitano l’itinerario di Avventure nel mondo, spendendo la metà. Da quel momento si autodefiniscono, su suggerimento di Andrea II, ‘gruppo braccine corte’. In realtà Sara e io, le altre due reduci del nucleo Marocco, quando viaggiamo non badiamo a spese. In queste prime esperienze di ‘avventurefinteviaggifaidate’ abbiamo ancora l’indole del ‘turista’ che vuole i suoi agi anche in vacanza e possibilmente cerca di  prevenire tutti gli imprevisti per non lasciare niente a ‘casi’ sgradevoli. Ci lasciamo quindi guidare dalla taccagnaggine di Andrea che ad ogni piccola spesa sembra voglia fare una gara d’appalto e scegliere l’acquisto più economicamente conveniente, fregandosene del rapporto qualità prezzo. L’ossessione del risparmio alimenta in Andrea la speranza di reivestire le minori spese in un altro biglietto aereo,  con destinazione ancora sconosciuta.

Grazie alle buone pubbliche relazioni di ‘Riccioli d’oro’, il nostro trio è diventato un sestetto, come già annunciato: condividono con noi l’avventura in Perù Ermanno, Roberto e Cristina., detta Spice Girl, per i suoi capelli rosso fuoco e quell’aria rockettara espressa in ogni situazione. L’incontro avviene all’aereoporto di Malpensa. E’ un acquisto a scatola chiusa in quanto  io e Sara non conosciamo i tre nuovi compagni di viaggio. Ci mancano molto Luciana (Brufolo), Cesare (Lisa dagli occhi Blu) e soprattutto Andrea II di Roma, detto Antisettico poi trasformatisi in Alla Babbà dopo l’esperienza al tarassaco. Quest’ultimo, dal viaggio in Marocco non l’abbiamo più sentito. Perso ogni traccia. Lui, allora, ha voluto rimanere qualche giorno in più in Marocco, dove ha trovato un ambiente formativo per gestire la ‘guerra batteriologica’ a cui si dedicava ogni giorno. È molto probabile che il suo viaggio di ritorno l’abbia fatto a bordo di un tappeto volante! Dove sia ora, non è dato sapere. Speriamo abbia risolto il conto in sospeso coi quaranta ladroni.

Per cominciare a svelarci giochiamo un po’ descrivendo cosa abbiamo messo in valigia. La personalità di ognuno emerge dalle scelte del contenuto del proprio bagaglio. La mia indole di ‘psicologa’ non ha dubbi. E’ un bel test. Peccato che qualsiasi cosa emerga dalla verifica, ormai, tutto è deciso e si parte comunque insieme, salvo aggiustamenti cammin facendo.

Le paure, le aspettative, le paranoie, i desideri di ognuno si esprimono attraverso le cose che abbiamo scelto di portarci appresso. Roberto, uno dei tre hombres, è abituato a viaggiare, soprattutto in oriente, dove la diarrea del viaggiatore non è una probabilità ma una certezza. Ha portato nel suo ampio zaino un piccolo catino per farsi il bidet e il bucato, quantità industriali di napisan e la convinzione che se la farà addosso non appena ingurgiterà cibo alieno. La Spice girl dopo qualche giorno, nonostante l’aspetto da cantante scatenata dai capelli color fuoco, ha rivelato subito l’indole della casalinga. Nel suo zaino abbondano mollette, fili per stender panni, filo e ago per cucire, una varietà di detersivi e antidiarroici. Cristina e Roberto, dunque, rappresentano la coppia ben integrata. Lei è un’ottimista (pensa di risolvere le turbolenze intestinali con il bimixin, mentre lui è già rassegnato a farsela addosso). Ancora non sa che, nei casi in cui riuscirà a raggiungere il bagno per le sue evacuazioni, queste gireranno a lungo, in senso antiorario, una volta tirato lo sciacquone. Per una questione di forza di gravità, in sud America succede così. Oppure in situazioni peggiori, quando finalmente riuscirà  a raggiungere correndo  il bagno più vicino, dovrà trattenerla dolorosamente perché sul water c’è una scritta ben sottolineata che raccomanda: ‘solo para orina’.

Ermanno non si sta rivelando troppo. Dal primo momento mi è sembrato un po’ timido e introverso. Le persone chiuse a volte nascondono perversità o mancanza di autostima. Chissà quali saranno i suoi desideri, le sue paure, le sue paranoie! Ho pochi elementi per psicoanalizzarlo e questo mi turba un po’.

Andrea, invece, lo conosciamo tutti. Cosa rimane da scoprire del suo universo mentale ed emotivo? Un piccolo coltello serramanico che spunta dal marsupio ci fa intuire che per salvare i suoi dollari ancora non tradotti in soles sia pronto a difendersi da qualsiasi ladrone peruano gli si avvicini. I suoi desideri? Risparmiare il più possibile: nei ristoranti, a costo di prendersi il cagotto, negli ostelli, a costo di esser invaso da bed-bugs, per le scarse condizioni igieniche. Sui bus, scegliendo compagnie di trasporto promiscue (animali e umani) con alla guida autisti alcolizzati, che guidano mentre fanno pet-therapy accarezzando un pollo.

Sara, dal Marocco al Perù, ha fatto un cambiamento radicale. Non ha più cercato uomini in divisa ma deciso di stare single per un po’, dandosi il tempo di preparare il terreno per un altra esperienza amorosa da costruire. Da maestrina è diventata un generale. Comanda sempre lei già dai momenti preparatori della nuova avventura. Io e Andrea non la riconosciamo più. E gli altri non sanno fino a che punto reggeranno la convivenza con questa donna terribile. Dal primo incontro  è sempre lei a imporre le scelte anziché concertarle col resto del gruppo. Pretende di alloggiare in alberghi con acqua calda , bere l’aperitivo in luogo panoramico, come fa di solito a casa, nei bar frontemare della nostra costa Adriatica. La colazione a base di latticini e croissant appena sfornato per lei è un must. Senza latte, la sua vita sarebbe un inferno. Ognuno ha le sue dipendenze, l’importante è non imporle agli altri.  Io la conosco da una vita ma  chi vi si rapporta per la prima volta, analizzando i suoi capricci, avrebbe l’idea di  una figlia unica viziata anche da grande. O una single dal ph troppo acido. Sono convinta che entrerà più volte in conflitto con Andrea Riccioli d’oro, in quanto lui ha il ruolo di cassiere e la fama del  braccino più corto della compagnia.

E di me, cosa dire? Aspetto che lo dicano gli altri. Non ho antidiarroici ma prugne california. I viaggi rallentano le mie peristalsi intestinali e nel caso in cui non funzioni la papaia, c’è sempre una prugna a salvare la situazione. Emozionalmente parlando sono una debole, gli imprevisti mi inquietano ma provo a non pensarci.  Il Perù non si prospetta come esperienza soft stile Marocco. Pero certe scelte mi inquietano così gioco a fare ‘l’altro gallo nel pollaio’. Il gallo numero uno è Sara. A volte gioco a fare la ‘gallina che fa buon brodo’. A volte gioco e basta. Per smorzare le ansie nei confronti dei misteri che ci aspettano. Durante il viaggio  emerge sempre quello che ancora non sappiamo di noi. Questa consapevolezza ci spaventa come l’idea di un terremoto o di una inondazione.

L’aereo parte. L’assegnazione dei posti è fortuita al momento del check in e ha determinato la vicinanza di Andrea con Ermanno. Tale evenienza, sette ore più tardi, ha prodotto due alcolisti anonimi. Tutto quello che è gratis non ha limiti per Andrea, che ne approfitta fino a soccombere. Ermanno, naturalmente ha offerto la sua complicità e dopo il settimo whisky, oltre a vincere vigliaccamente la paura dell’aereo, che non diminuisce ad ogni esperienza ma sembra rafforzarsi, ha persino dimenticato con chi sta viaggiando. Noi, i quattro viaggiatori sobri del gruppo, a nostra volta, li abbiamo ignorati e trattati come sconosciuti, ai quali avremmo voluto dire shame on you= vergognatevi.

L’aereo atterra, e quei pochi italiani applaudono. Non c’è niente da applaudire: il volo è stato terribile. Ogni tremore dovuto a vuoti d’aria ci ha fatto venire in mente il film ‘i sopravvissuti delle ande’ con attivazione di panico immediato e occhi sbarrati con un punto interrogativo in mezzo alle pupille. Per la prima volta, inoltre, ho provato un dolore tremendo alle orecchie, come se la decompressione stesse per farmi scoppiare il cervello. Negli aeroporti di partenza si sperimenta sempre l’euforia, in quelli di arrivo, la devastazione. Soprattutto perché dal momento in cui si mette piede sul territorio straniero prescelto, sappiamo con certezza quello che potrebbe succederci. La nostra forma pensiero lo fa accadere, con la precisione di un orologio svizzero. Avevamo paura dei ladri e dei furti. I ladroni ci stavano aspettando, in una strada di Lima, a due passi dalla Cattedrale. Nell’avvicinarci a piedi, non lontani dall’albergo, Sara, la preda del gruppo più visibilmente innocua, sguardo angelico e aria ingenua, senza difese, indossa uno swatch –volutamente – perché consapevole del suo scarso valore . Ma il ladrone non  risparmia nemmeno quello. Tutto ciò che si può rubare va bene. Questo è un paese disperato. La ‘maestrina’, pronta di riflessi, non contando sull’aiuto degli uomini del gruppo, per una difesa simultanea tipo guardie del corpo,   graffia a sangue il ladrone  mettendolo in fuga mentre snocciola imprecazioni  non traducibili.

Per rifarci dallo spavento  entriamo nella Cattedrale a depositare le nostre palpitazioni e le nostre preghiere, affinché il resto di questo viaggio non sia così ad alta tensione come nelle prime ore di permanenza.

La Cattedrale diventa subito un rifugio, poi una guida molto preparata trasforma questo luogo in uno spazio culturale dove apprendiamo molto sulle vicende storiche di questo paese. In fondo, siamo qui anche per questo. Se volevamo solo riposo saremmo andati alle Maldive.

Francesco Pizarro, il conquistatore del Perù, ha guadagnato il suo spazio funerario nella Cattedrale. Non era un papa, né un poeta ma un devastatore con deliri di onnipotenza. Qualcuno lo paragona ironicamente al Berlusca, l’uomo pigliatutto.  Personalmente mi astengo dal fare commenti. Mi limito a sorridere. Il Pisarro ha segnato con la sua invasione la caduta dell’impero Inca nel 1535 d.c. La prima città da lui  fondata fu Piura.

Era un guerriero analfabeta e firmava solamente facendo la croce. Ma seppe sbaragliare l’impero Inca con ambizione e  determinazione. In Perù, grazie a lui, venne introdotto il cavallo, animale sconosciuto prima della conquista spagnola.

I Peruani ci invidiano un po’ perché a loro è toccato il Francesco cattivo, che nonostante tutto, hanno seppellito nella cattedrale come se fosse un re. A noi è toccato il Francesco buono, quello che parlava agli uccelli, predicava scalzo e non ha mai montato un cavallo.

Prima dell’arrivo degli spagnoli e della evangelizzazione, i campesini Inca adoravano il sole, la Pacha Mama e la luna. Il Cristo che viene rappresentato nelle loro chiese è l’immagine flagellata di un Gesù estremamente sofferente. Forse frutto della  interpretazione  dei Peruani che in quel modo esprimevano dolore e tristezza per la rinuncia ai loro Dei, molto più tangibili.

Gli angeli rappresentati con le ali nere forse sono il simbolo del rifiuto del nuovo Dio, mentre Manuelito (Bambin Gesù), vestito di azzurro, capelli biondo dorato, è l’icona modificata del Sole.

La Pacha Mama sostituisce la Madonna. E’ vestita di rosso con la sagoma di una montagna (sembra che sotto l’ampio abito indossi i tacchi a spillo). Una madonna in carriera, senza figlio, capelli quasi rasta e trucco forte.

Il Cristo sulla croce, invece, sembra un adulto coi calzoncini corti, appena caduto dalla bicicletta (ha le ginocchia tutte scorticate e sanguinanti). Queste immagini ci stanno destabilizzando. Non sappiamo più a che Dio credere. Dopo una buona dose di cultura e storia peruana, abbiamo smaltito le palpitazioni da tentato furto al capitano della compagnia. Soddisfatti e sereni, ci avviciniamo alla stazione delle corriere, la cui immagine  fa pensare all’Italia del dopoguerra.

Da Lima ci spostiamo in autobus, felici di esser ancora intatti, di non aver subito danni economici e curiosi di proseguire alla scoperta delle Ande e dintorni.Donne fuori dalla chiesa di Chincheros Pisco è la prima tappa dopo un giorno intero passato sul bus, ammirando paesaggi e facendo i segni del nome del padre: le strade strette, l’ autista con tasso alcolico fuori controllo, la vista delle croci lungo il percorso, con su  scritto i nomi  dei morti per incidenti. Lo svolazzare delle galline nelle loro gabbie sollecitano starnuti ad ogni battito d’ali. Le bocche cariate dei nostri vicini di posto alitano odori inenarrabili dove predomina il tanfo di aglio assieme a quello di sterco di coniglio. È da lì che si solleva la nuvola pestifera, dalla piccola gabbia collocata sulle ginocchia della donna che siede nel sedile anteriore al mio.

All’arrivo, una esplosione di colori fa dimenticare le ansie e liberare il respiro trattenuto ad ogni curva. Le donne quechua, suppongo le discendenti degli incas,  sembrano tante bambine non ancora adolescenti. Quelle che superano centoquaranta centimetri sembrano delle giganti vicino a tante nane. I loro colori dipingono il paesaggio di allegria, come i loro sorrisi. Le gonne a ruota e le scarpe basse le fanno sembrare delle ballerine di swing degli anni sessanta. Loro, invece, ballano la cumbia.

Il nostro cassiere ‘Riccioli d’oro’ opta per dormire all’Hotel Jorge, a nome di tutta la compagnia. Non c’è concertazione democratica. Decide lui, mentre viene fulminato dallo sguardo assassino di Sara. Con la professionalità di un ragioniere professionista espleta, in men che non si dica, una gara al ribasso tra i campesini gestori di hostelli, pronti a offrire le loro tariffe alla fermata terminale del nostro mezzo di trasporto. Tanti ci attendono lanciando offerte come se fossero pepite d’oro. Altri sembrano zingari in attesa di elemosine.

Credo che quell’hotel non abbia nemmeno una stella. Lo deduco osservando la facciata con muri scrostati.  Il ‘generale’ Sara non è d’accordo sulla scelta ma non può che cedere alla convenienza, rinunciando al confort.

Entrati in albergo non esultiamo ma siamo contenti di essere arrivati vivi e avere un letto su cui stenderci (non è scontato che si potrà dormire). Dobbiamo decidere se fare la doccia tirandoci addosso l’acqua coi secchi, o restare sudici ancora per un giorno. All’unanimità  assecondiamo le scelte di Andrea, dopo aver visto il suo sguardo godere in maniera perversa per quell’ ennesimo risparmio. In fondo una notte costa solo 10 soles. Cosa possiamo pretendere dopo aver viaggiato sul bus della linea ‘Ormeño’? Ci sentiamo davvero poveri.

“Di giorno viaggiamo coi polli , di notte… a letto con le galline…, ma questo non pregiudica la nostra felicità viaggiante. Viva la precarietà! Viva il viaggio del viandante, un giorno qui, un giorno qua, un giorno quo vadis…”  affermo,  posseduta  da un sussulto di ispirazione filosofica. Mentendo.

Al mattino del giorno dopo ci aspettano le Isole BallestasFoche, di un fetore unico e nemmeno tanto belle dal punto di vista paesaggistico. Sono famose per le colonie di leoni marini e di pinguini che vi abitano, depositando gli escrementi più preziosi del mondo. Li vendono a 700 dollari a tonnellata perché  son considerati un concime raro. L’escursione non mi  entusiasma, anzi, termina con un senso di nausea per il mare mosso e la puzza che avrebbe piegato in due anche un cinghiale.

Tappa successiva , linee di Nasca, un fenomeno extraterrestre. ExtraterrestreDall’alto del piccolo aereo da turismo si possono vedere dei disegni rappresentanti simboli di cui non voglio parlare per non diventare noiosa. Chi vuol saperne di più cerchi su google.

Dopo il volo Ermanno, colui che durante il passaggio transoceanico  dall’Italia si è dato all’alcool gratuito offerto dalla compagnia aerea, viene denominato oreja cocida. Ha perso l’udito per almeno tre ore. Entrambi i padiglioni auricolari fosforescenti e dilatati, potrebbe spiccare il volo solo con un battito d’orecchi. Sembra appena uscito dalla galleria del vento…

Nel pomeriggio, nonostante il suo sfinimento, lo trasciniamo nell’area desertica del cimitero di Chauchilla, per addentrarci tra rovine e corpi mummificati in posizione fetale, pronti per una nuova rinascita. Ermanno li guarda estasiato e pieno di speranza. Le mummie della gente comune hanno i capelli lunghi fino all’omero (più o meno come ‘Riccioli d’oro’), quelle più importanti (i vip) portano capelli lunghi fino alle ginocchia. Il metodo di imbalsamazione risale alle culture pre-Inca. I Paracas erano i migliori, anche nella trapanazione del cranio, mentre i maggiori esperti della ‘trapanazione’ della mujer erano i Wari (per questo avevano un numero considerevole di figli. Tutti gli uomini del gruppo ‘braccine corte’ desiderano, geneticamente parlando, essere eredi dei Wari.

Dalla guida appendiamo qualcosa anche relativamente alle pratiche shamaniche e le droghe usate dai curanderi.  Tutti siamo curiosi circa il Pejote. Lui ci spiega che  è contenuto in un tipo di cactus ed è permesso solo agli sciamani, allo scopo di farli connettere con coscienze superiori e individuare meglio le malattie di coloro che devono essere curati. Regola del passato e del presente.

La trapanazione del cranio veniva effettuata a volte per cercare corpi estranei dopo una battaglia ma anche per individuare certe malattie. Per questa operazione si usava il ‘tumi’ (arnese a forma di mezzaluna utilizzato come strumento chirurgico, arma da guerra e per cerimonie). Veniva poi riparato il buco con oro e argento nelle persone ricche e con involucro di zucca (parte più legnosa) nelle persone povere. Questo è quello che ci racconta la guida, dettagli che lasciano perplessi, soprattutto nel chiederci come si può sopravvivere dopo un intervento chirurgico in cui ti viene infilato un pezzo di zucca nel cranio.

Dopo la triste parentesi macabro-funebre di Chauchilla ci  spostiamo verso Arequipa,S Catalina Arequipa proseguendo gradualmente verso i 4000 metri di altitudine e preparandoci a colpi di tazze di mate di coca, che, secondo la tradizione, aiutano a sopportare meglio i malesseri del clima da montagna con l’aria rarefatta. Poi nell’itinerario che ci porta verso il Colka Kanion per l’avvistamento del volo del condor, facciamo sosta termale a ChivayTerme di Chivay, immergendo le nostre stanchezze nell’agua caliente di una piscina sotto le stelle. Il viaggio con bus Ormeño extra lusso non ci ha risparmiato la fatica di otto ore di sobbalzi in strade sconnesse e senza guard-rail, i cui bordi sono sempre più punteggiati da croci che segnalano avvenuti incidenti con morto. Cosa non rassicurante: ad ogni curva abbiamo la sensazione che quelle croci  potrebbero aumentare. Con la gelida sensazione che presto ci saremmo annoverati  tra i cadaveri più recenti, da seppellire come tanti militi ignoti. Neanche la distrazione-tormentone di cumbie e allusioni al ‘condor pasa’,Condor che in realtà non si sapeva né quando, né dove, avrebbe potuto placare le nostre inquietudini. Al contrario, il prender sempre più quota, precisamente mt 3895, dove si trovava il Mirador de la Cruz del Condor, scatena una serie di disturbi in tutti noi. La sintomatologia varia dalla tachicardia della sottoscritta, all’emicrania tremenda di Sara, al cagotto di Andrea, all’oreja sempre più cocida di Ermanno, al vaneggiare di Roberto che si credeva un guerriero Paracas e della Spice girl Cristina, che a un certo punto era convinta di esser in Amazzonia e cercava disperatamente un curandero che la salvasse dal suo malessere.

Lo stordimento collettivo di questo giorno tremendo ci fa sentire tutti come se avessimo mangiato il pejote. iIl viaggio sembra un’escursione dei protagonisti del film ‘qualcuno volò sul nido del cuculo’. Non sappiamo più chi siamo e se  torneremo mai a casa.

Più tardi, incontrando delle mucche per strada, coi palloncini sulle corna, ho scritto una poesia. Mi sentivo un poeta maledetto in preda all’effetto dell’assenzio’, prendendo spunto da una precedente poesiola.

“La mucca mi ripassa accanto, guardandomi con occhi di sfida. E’ orgogliosa delle sue corna, mimetizzate da palloncini colorati.  Fiera del suo carnevale, è pronta, come una vera donna, a sbocciare alla prossima finta primavera, e ad aggiungere palloncini colorati alle sue corna, nel frattempo moltiplicate…”Mucche di Carnevale

Il 28 febbraio partenza per Puno, porto principale di accesso  al lago Titicaca. Questo angolo divino sembra catapultarci in tempi passati o in dimensioni da sogno. Ci fermiamo alle Isole Huros, fatte di paglia, galleggianti (2 metri di strato su un metro e mezzo di radice fluttuante). Devono sempre rimanere staccate dal suolo perché si possano adeguare meglio al livello dell’acqua variabile, che si alza d’estate e si abbassa d’inverno con l’evaporazione. La tradizione vuole che ogni uomo Huro che si sposa deve costruire una nuova isoletta. La principale attività è la pesca. Pescano per vendere, per consumare e per barattare. L’idioma parlato è l’Aimara ed è solo parlato, come il Quechua. Esiste solo tradizione orale.

Le isole sono al momento 22, fino al prossimo matrimonio. Il lago è balneabile ma freddo. Puno è  considerata una piccola Svizzera perché ha tre aree linguistiche: spagnola, quechua,, aimara.

I pesci del Titicaca sono il karachi, il mauri e il suchi. Inoltre dall’Argentina è stato importato il pyrrey e dal Canada la trucha. Il lago è di origine glaciale, profondo da 5 a 25 mt. Vi sono 36 isole naturali tra cui le più importanti l’Isola di Amantanì e le isole Taquile. Il nome Titicaca può essere sezionato così: titi= puma kaka=pietra

Detto anche Pacha Kocha

Il 60% delle acque è Peruano, il 40% è Boliviano.

Se si passa dalla Bolivia in Perù attraverso le sue acque non serve il passaporto. Anticamente era un lago salato. Visto dal satellite sembra un PUMA.Isola galleggiante degli Uros

Mi sto annoiando a morte dandovi tutti questi dati, non è il mio stile. Di solito racconto le emozioni, ma in un momento di cedimento della creatività sotto l’influenza prosaica  di alcuni compagni di viaggio, gioco a fare il reporter di National Geographic. In realtà mi sembra, rileggendo il brano, un compito in classe di V elementare su temi di geografia. Perdonatemi!

L’Isola di Amantani strega.  Ma non è quella della foto accanto (la foto è sempre delle isole Uros) . Appena arrivi ti senti un indigeno e ti metti subito a ballare la cumbia, prima ancora di aver mangiato la quinoua (cereale degli Incas) e bevuto la chicha (bevanda a base di mais fermentato).  Per non parlare della ‘maca‘ una farina estratta da radice milagrosa che potenzia la sessualità, la virilità, la fertilità, l’energia, la salute, la bellezza. Mioddio, ho trovato l’elisir di lunga vita!  Ammesso che riesca a superare questa prova di sopravvivenza. Ho già preso appunti, farà parte del pacchetto souvenirs per uso personale.

In quest’isola ho la sensazione di essere all’estremo nord. C’è qualcosa che mi inquieta, come se dalle acque pacifiche del lago possano da un momento all’altro riemergere mostri preistorici. Le case modeste dei campesini offrono ospitalità basica ai viaggiatori avventurieri che non anelano a tante comodità (le donne si adattano tacendo, tranne Sara). Alloggiamo presso una famiglia. All’ora dei pasti sediamo alla loro tavola e mangiamo quello che passa il convento. Cucinati con amore diventano divini. I pasti. Il mio spirito antropologico  accetta la situazione come esperienza di ricerca, di  conoscenza. Il loro cibo, preparato per terra in una cucina senza pavimento e senza acqua corrente, potenzia l’intensità del mio coraggio. Beviamo costantemente e a scopo terapeutico  infusi di foglie di coca per non stramazzare al suolo coi sintomi dell’altitudine e la paura dell’attacco di colibatteri. Il pomeriggio del giorno di arrivo scaliamo  il monte Pacha Tata (Padre del cielo) fino a 4200 mt sopra il livello del mare. In cima al monte si può vedere il lago  Titicaca a 360 gradi. Io lo chiamo ‘Specchio degli Dei’. Se non ti muovi con lentezza, sei perduto. Io  vivo la mia prima  crisi respiratoria e tachicardia seguita  da visioni mistiche mentre i miei occhi cercano disperatamente di avvistare un condor. Messaggero degli dei. Così lo definiscono le etnie autoctone. Attraverso di lui, cerco protezione dal piani alti.

C’è un tempio dedicato alla divinità che dà il nome al monte. Gli altri due si chiamano Pacha Mama e Mama Kocha. Il tempio di Pacha Tata si popola il 15 gennaio di ogni anno per festeggiare il rituale con sacerdote andino.

Alla sera siamo  invitati ad una festa del villaggio dove i giovani si esibiscono in danze a ritmo di cumbia. I nostri ometti compagni di viaggio si sono uniti al folclore locale, travestiti da andini. Sembrano veri. Ballano fino a stramazzare al suolo. La gente qua è variopinta e allegra ma sembra più vecchia dell’età reale. Sono cotti dal sole e dal freddo. Però sono felici. Noi cerchiamo di imitarli e,  masticando foglie di coca, ci riusciamo. Forse.

Nell’Isola di Taquile (altitudine mt 4000 sopra il livello del mare) continuiamo  a masticare foglie di coca e a non capire il linguaggio dei locali che parlano la lingua quechua e aimara, diverse dal nostro spagnolo castigliano. In questa isola abitano quattro comunità Inca e sono rappresentate da quattro copricapi sull’arco principale di accesso all’Isola. Il loro codice di comportamento è regolato da tre leggi principali: no robar, no mentir, no ser floco (non essere pigro). La popolazione ha un forte senso dell’onestà e del lavoro. Non utilizzano i muli ma scelgono spontaneamente di accollarsi lavori pesanti, sostituendosi ai muli stessi. Non esiste polizia sull’isola. Non serve. C’è autodisciplina, onestà, e senso del dovere sin dall’infanzia. Gli uomini sposati portano il ‘chospa’, una borsa colorata contenente foglie di coca (che dà anche forza sessuale). Gli uomini liberi non ne hanno bisogno e girano senza borsa. Sara, naturalmente, osserva attentamente gli ultimi. A scopo prettamente didattico e di ricerca. Naturalmente.

Cuzco, l’ombelico del mondo. Siamo arrivati a bordo del treno famoso che passa attraverso paesaggi spettacolari in mezzo alla foresta tropicale. Il biglietto costa una fortuna ma il gruppo braccine corte ha deciso all’unanimità di soprassedere alla tirchiaggine, risparmiando poi sulle spese dell’alloggio. Ma questa è  solo una illusione. L’alloggio scelto,  5 euri a notte, non era proponibile, secondo il parere del generale Sara, in quanto non c’era agua caliente. Secondo ruggito del generale e…tutti zitti, domani si cambia albergo! Amareggiati e sottomessi tutti quanti decidiamo il programma per il giorno successivo: visita al mercato di Chinchero (arcobaleno in Quechua) e poi escursione al sito archeologico di Sacsayhuaman. Questo nome significa due cose: ‘aquila con stomaco pieno’ e ‘uomo saggio’.

Era il luogo dei giochi olimpici (Wuarachiki). Il 20 agosto ricorre la festa della luna (Killa Raimi). Qui si sacrificava il llama: lo si sgozzava, gli si toglieva il cuore e si poneva in un calice che veniva subito trasportato nell’altro sito archeologico (q’engo) dove veniva fatto colare il sangue in un solco scavato nella pietra. Tuttora rappresenta un test di buena suerte. Se cola incanalandosi a destra sarà un anno buono, se cola sulla sinistra sono guai. Se colando sulla sinistra il rivolo si divide in due sarà un anno maledetto (terremoti, alluvioni e fulmini…).

Da qui parte un cammino sotterraneo segreto che conduce a Cuzco. I siti più importanti sono Sacsayhuuaman, Pisac, Ollantaytambo, da cui parte il sentiero Inca che porta a Machu Picchu . A Ollantaytambo troviamo il tempio del Sole fatto con la Chacana (pietra andina che veniva prelevata dalle montagne vicine). Per costruire questo tempio gli Incas deviarono il fiume e impiegarono per l’operazione circa 400.000 persone. Già da allora sono considerate vere opere di ingegneria antisismica. La caratteristica principale delle loro costruzioni era la forma trapezoidale per creare resistenza alle scosse di terremoto (il Perù è un paese altamente sismico). La pietra di costruzione contiene quarzo. Nella montagna di fronte venivano giustiziati gli uomini che non rispettavano le leggi Inca : no robar, no mentir, no ser floco (non rubare, non mentire, non essere pigro). Mentre i templi erano di pietra, le abitazioni oltre alla struttura con pietra venivano ricoperte con argilla per renderle più calde.

Machu Picchu                                                     “Il Perù è un mendicante su un trono dorato”

Ci sono voluti 100 anni per costruire quello che rimane di Machu Picchu. Nel 1987 una spedizione di archeologi trovò lo scheletro di un cavallo che testimonia la presenza degli spagnoli, anche se dalle testimonianze non emerge che fossero a conoscenza di questo luogo. Nel 1901 un abitante indigeno proveniente da Cuzco scoprì questo sito ma non fece in tempo a renderne testimonianza perché cadde nel Rio Sagrado che scorre sotto. . Solo nel 1948 venne aperta la strada che porta in cima al Machu Picchu. Già un archeologo inglese nel 1911 se ne interessò. Si suppone che questo luogo fu abbandonato dagli Incas dopo l’epidemia di varicella portata dagli spagnoli o a causa di una carestia, o a causa di un crimine terribile compiuto da un suo abitante.

Il report finisce qui, perché non vorrei fare invidia ai due sfortunati (Andrea & Ermanno), il duo alcolisti anonimi, tornati a casa prima di noi. Loro non hanno potuto godersi lo spettacolo di Trujillo, dove abbiamo mangiato pesce a go-go, visto le onde più alte di qualsiasi altro oceano al mondo. Qui “al tramonto, le onde si rincorrono e si perdono come in un gioco d’amore infinito, tra ombre e luci”.

Abbiamo fatto trekking memorabile sulla Cordillera Blanca dove io e ‘Piriquita’ abbiamo camminato lungo un torrente costeggiato da una vegetazione incantevole, per andare a fare una sauna naturale nelle grotte vicine e goderci il sole dei 4000 metri in bikini, in mezzo alla foresta. Baciate dal riflesso delle montagne nevose di Huaraz, alte circa 6000 metri. In questo contesto bucolico e selvaggio, abbiamo provato e gustato la ‘maca’, una farina ricavata dalle radici di una pianta andina, già utilizzata dagli Incas come ‘integratore’ che fa miracoli. Se ti avvicini a una erboristeria chiedendo la maca, le commesse ridono sotto i baffi. Sogghignano perché questa ‘panacea’ ha la fama di essere un potente rimedio contro la sterilità, oltre che migliorare la virilità negli uomini e la libido nelle donne. Ne abbiamo comprato un kg a testa e l’estate successiva i nostri frullati di frutta erano conditi ogni giorno con un cucchiaio di questa polverina meravigliosa, i cui effetti non ritengo opportuno descrivere in questa sede.

Il viaggio si è concluso felicemente. ‘Piriquita’ o Spice girl’ e Roberto, l’antisettico per eccellenza, eroicamente decisero di andare in Amazzonia a rischiar le loro vite già provate. Sara e io, generale e sottufficiale, tornammo a casa sfinite dagli effetti del volo, con timpani doloranti a causa della decompressione aerea. In certo momenti, ho vissuto l’avventura come una prova di sopravvivenza, soprattutto durante i pranzi low cost proposti da Andrea, quando il riso speziato col dragoncello esalava odore di last al limone e per quindici giorni consecutivi lo mangiai con atteggiamento stoico , convinta che l’odore venisse dai piatti lavati senza risciacquo.

Concludo con tre momenti poetici : il primo di profonda malinconia in un momento in cui il silenzio ha fatto emergere sensazioni di forte inquietudine

Arequipa

“E’ la pioggia che ti bagna

il sole che sorride dietro la foschia

è la voglia di piangere

la fame, la sete

la fretta di tornare

la voglia di restare

la paura di essere sola

il dubbio di non essere

è l’amore che ti manca

ovunque tu sia

è la contraddizione

la schiavitù di un desiderio

e poi la libertà”.

  • Per i lettori

    Questo spazio è un contenitore da arricchire insieme. Ben venga il vostro apporto sui temi dello star bene