Africa

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Ogni viaggio è un evento che mi porta lontano nello spazio ma mi riavvicina alla parte più intima e più profonda della mia persona. Quindi, è un’esigenza, che arriva maturando giorno per giorno, quando mi accorgo di allontanarmi troppo da me stessa per una forma di alienazione che coincide al ripetersi di giorni sempre uguali.

Oggi, nel fare le valigie, gusto in anticipo con l’immaginazione, l’esperienza della ‘mia Africa‘. Questa volta in un ruolo nuovo, quello di ‘missionaria per gioco’, alla scoperta di paesaggi interiori da tirare fuori. Come antiche città sepolte che aspettano di riemergere nella luce e darsi allo sguardo di chi le vuole ammirare. Sarà un tonfo tra le mie paure più assopite. Le attraverserò tutte, forte della consapevolezza che è un gioco da giocare, un piccolo atto egoistico, da consumare prima di Natale, come un brindisi. Un regalo a me stessa, affinché qualcun’altro possa goderne, indirettamente. Là, nel cuore della Savana, dove le acacie sono disseminate su vaste terre rosse e sembrano tanti ombrelli in attesa di pioggia, l’arrivo di una fata stanca, forse, porterà qualche sorriso. Fata o Befana vestita di bianco, forte e dolce, sento di voler trasportare e disperdere altrove le finte sofferenze e false bontà del mio mondo ovattato. Dove i veri bisogni si mimetizzano, anestetizzati dall’abbondanza. Per vivere un’esperienza speciale, esplorativa, mistica. Per scoprire che la vera gioia è custodita nel mio petto, quel luogo che brucia sempre di inquietudini da trasformare.

Laggiù, in quella terrà insidiosa, forse, potrò attivarla riportandola a casa come un bene che dura nel tempo…

Perfetto. Sono seduta al finestrino dell’Etiopian Flight, sopra l’ala destra. Quando l’aereo vira riesco a sbirciare il cielo e anche sotto. Il mio sguardo curioso scruta l’Africa senza proteggersi dalla sua luce e dalla sua bellezza. Ho tolto gli occhiali per non creare barriere tra me e le cose che sto ammirando. Vedo una terra arsa e sabbiosa, illuminata dai primi bagliori dell’alba. Il sorger del sole africano ha i colori dell’arcobaleno. Prevale il rosso fuxia. E’ un’alba di passione che smorza le mie paure e rimanda ai luoghi comuni. Di Africa ci si ammala ma credo che si possa guarire. In Africa non si cammina solo a piedi scalzi, non si danza nudi tra capanne di paglia e ruggiti di leoni, non si muore solo di fame. L’Africa non è solo tormento. E’ anche incanto, mistero, contraddizione. E’ la ricchezza di un suolo martoriato. E’ il fascino del rito. E’ l’avarizia di Dio o la sua liberalità. E’ la potenza del tuono e la rabbia del cielo. E’ il ritmo delle migrazioni. E’ l’anarchia del tempo, la luna pigra adagiata nel blu accanto a Venere. L’Africa è il trionfo dell’istinto, l’inno alla miseria che nutre la creatività.

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Dar Es Salam (Il Porto della Pace)

Dopo un breve stop all’aereoporto di Addis Abeba, dove l’aria è calda ma asciutta e piacevolmente respirabile, l’aereo decolla di nuovo, diretto al Kilimangiaro. Incollato al finestrino il mio sguardo si perde nel ricercare ulteriori indizi tra i tetti luccicanti delle capanne coperte di lamiere (ultimo trend che segna l’evoluzione delle architetture dei villaggi e centri rurali). Spero di avvistare gli animali e uomini selvaggi, che animano i primi lembi di terra rossa di questo paese mille volte fantasticato come luogo propulsore di emozioni estreme. Penso un po’ inquieta a quando appoggerò i miei piedi su quel suolo sconosciuto. Il paesaggio cambia, ci si avvicina al mare. Non lontano dalla costa c’è una chiazza scura, forse l’Isola di Zanzibar, già ne sento i profumi di spezie e vaniglia. All’ora prevista e con puntualità insperata, là, dove il tempo è solo un concetto ignorato, il 737 dell’Etiopian atterra. L’aereoporto di Dar Es Salam è un esempio di non globalizzazione. Ha una sua personalità, come le persone che lo animano. Poche scritte pubblicitarie, niente cartelli informatizzati ma solo braccia che ti indicano una direzione, l’uscita. L’aria condizionata è la grande assente ma ben sostituita da un intenso profumo di vaniglia. Il respiro dell’Africa è iniziato. Compilato l’immigration form e girato l’angolo dove raggiungiamo la stanza del ‘luggage claim’, unici dettagli di globalizzazione, inciampiamo con stupore nei nostri bagagli, accolti con grande sorriso perché, inspiegabilmente, ci son tutti. Centoduechili di mercanzia varia, tutta da donare: medicine, biscotti, vestiti, giocattoli, formaggi, quaderni, penne e matite colorate. Fuori, la mancanza di ossigeno mi fa sentire derubata di quel benessere che pregustavo nell’osservare l’Africa dal cielo. Prima ancora di aver il tempo di afferrare i bagagli, dieci mani sconosciute si sono avventate per condurli fuori. E lì, rendendoci conto del quadro sociale degno di un Bronx, falsi taxisti ci mostrano tessere chieste a prestito per invogliarci a sceglierli fra tanti. Un nostro sì avrebbe fatto la differenza sulla quantità del loro pane quotidiano. E pur di toglierci da quella situazione che ci faceva sentire a rischio di ‘furtomutandecomprese’ abbiamo detto sì al primo offerente, pur sentendo i primi smottamenti intestinali da ansia.

Avvolta dall’atmosfera del CEFA (ostello a cui approdano la maggior parte dei volontari che passano a Dar), il cui edificio di puro stile coloniale sembra parlare il linguaggio dell’accoglienza, gusto il profumo delle sue aiuole colorate di buganville e coccolo i miei occhi fissando le palme ai bordi del palazzo. Il vento le sta cullando e il loro movimento morbido asciuga i nostri sudori mescolati a polvere . Tutto ondeggia al ritmo della brezza serale e mi sento ipnotizzare piacevolmente. Complice è il torpore che la stanchezza del viaggio mi ha messo addosso. Vestita di bianco, dopo una sana doccia e la dolce visione di una stanza non visitata da nuvole di insetti, faccio le prove di sonno sotto la zanzariera intatta. Mi sento una principessa. E immagino mi immagino nella veranda di una casa-castello ai bordi di un ranch, il mio ranch, a fianco della piantagione di caffé, protetta dalla frescura di generose acacie gialle. Mi sento un po’ Karen Blixen nuova versione. E sorrido. Poi, chiudo gli occhi sulla mia prima notte africana, densa di riposo, tondo e vibrante.

Padre Leonardo è la spalla destra di Padre Francesco. Lui era al corrente del nostro arrivo. Nel clan missioni è tutto sotto controllo. I frati quà sono come padrini, rispettabili, potenti come piccoli grandi feudatari, o principi. A ognuno il suo. Intendo a ognuno il suo compito, il suo territorio, il suo problema. Padre Leonardo ha come compito base quello di evangelizzare la gente convogliando i suoi sforzi per render più vivibile la vita nei villaggi con pane e preghiere quotidiane. Compito aggiuntivo: quello di dirigere un centro per recupero frati alcolizzati e debosciati (la rinuncia ai piaceri della carne, per i tanzaniani, è materia di apprendimento difficile quanto un idioma nuovo).

A ognuno anche il suo fuoristrada. Tutti viaggiano con Land Cruiser. Questa mattina una jeep del genere ci sta aspettando di buonora. E’ lui, non ci resta che affrettarci e saltare su, come cavallette e con tutti i nostri bagagli pesanti come piombo. Salutiamo lo staff del CEFA e partiamo per Mlali, luogo sperduto tra le pianure della Savana, al confine con la Masai Steppe.

L’adrenalina va alle stelle, come la curiosità di arrivare nel luogo della nostra missione, a circa 500 chilometri dalla costa. Per quasi tutto il tragitto viaggiamo su strisce d’asfalto butterate e a una velocità da autostrada italiana ma oltre il limite imposto. Strade orlate di banani, gli alberi del buon umore (dicono che son ricchi di serotonina). Palme enormi, oasi di ombra africana, spalancano le loro generose braccia. Verde intenso, ovunque, spalmato sul territorio come muschio nutrito dalle ultime piogge. Ogni tanto una scimma (nghedere) piomba sulla strada e si ritira impaurita alla vista del già noto Padre Leonardo, terrore di tutte le scimmie della zona. Il suo modo di guidare rischia di troncare le loro vite alla velocità di centoventichilometriorari. Passiamo attraverso i sobborghi di Dar Es Salam dove l’aria è ancora intrisa di umidità e dove colori sgargianti e sudiciume regnano con lo scettro. Dove il venditore di cd convive gomito a gomito col commerciante di casse da morto orlate di pizzi. E solo dopo due ore di viaggio mi accorgo con gran stupore che la guida è a sinistra, come in tutti i paesi anglosassoni. Peccato dover far digerire anche a questa parte di mondo le bizzarrie degli inglesi colonizzatori.

Sei ore di rally con gli occhi sbarrati, soprattutto quando incrociavamo camions e bus che avanzavano come serpenti, lasciandoci intendere che alla guida troneggiavano autisti ubriachi. Poi la svolta, dopo il pieno di benzina. Svolta a sinistra verso un’altura, il nostro luogo, la meta finale. Vicino Pandan Mbili, una roccia a due punte che mi ricorda il Far West. Dopo la svolta comincia il sentiero sterrato. Nuvole di polvere rossa ci inseguono furibonde e dopo qualche chilometro il caro Land Cruiser fa i capricci. Lancia messaggi che interpretiamo con il libretto delle istruzioni : serve un water drainage. Che tradotto vuol dire: quelfigliodiputtanadelbenzinaio ci ha servito benzina innaffiata. Questo è un evento che non fa scandalizzare. I poveri diavoli tanzaniani vivono di espedienti e di inganni, come i napoletani. Non ci resta che perdonarli. Parola di volontaria apprendista.

‘Mungo yupo popote‘. Questa è la prima frase che ho imparato nell’idioma kiswaili. Qua in Africa, oltre ad essere un’affermazione evangelica, sembra una specie di mantra protettivo che significa ‘Dio è ovunque’. Per fortuna ne abbiamo avuto subito la conferma dopo una pausa di due ore sotto il sole cocente. Se da un lato Dio ha permesso al benzinaio di innaffiare la pancia della nostra jeep con benzina alterata, dall’altro ha fatto sì che l’auto si fermasse proprio in una e forse unica area in cui c’era campo per l’uso del cellulare. Cosicché, la prospettiva di marciare i restanti trentachilometri di sentiero a piedi, per arrivare sul ‘nostro altipiano’ è stata subito accantonata con l’arrivo tempestivo di padre Francesco. Il frate più potente della Savana. Col suo ghigno beffardo appena accennato sotto i baffi canuti, era accompagnato dal suo braccio destro tuttofare, padre Aldo. Uno è la mente, l’altro, appunto, il braccio. Pochi minuti e le ansie di padre Leonardo, non meno dense delle mie, si sono placate. Il ‘water drainage’ si è compiuto e la preoccupazione-eccitazione di fare a piedi il resto del percorso è svanita. Massimo è rimasto per tutto il tempo abbastanza neutrale all’imprevisto. Il ‘daktari uameno’ (dentista), non si smentisce, nel suo equilibrio psico-fisico quasi tibetano. Io adrenalina pura, lui morfina. Facciamo una bella coppia. Ci scommetto che se passa un serpente tra i suoi piedi lui non batte ciglio. Massimo è l’emblema della calma e della lentezza. L’Africa, forse, è il suo ambiente. Fa parte del clan ‘haraka haraka, haina baraka‘ (chi va lento va sano e lontano). Per farla breve e tradurla in romagnolo si potrebbe dire che è un ‘va ka veng’ (aspetta pure che prima o poi arrivo). A lui, l’idea di mettersi in marcia in caso di irreparabilità del mezzo, non era neanche sfiorata. A me preoccupava la mancanza di scorte d’acqua ma aprire il mio sipario africano con un atto eroico e avventuriero, faceva pompare il mio sangue a velocità tachicardica. Sarebbe stato inquietante camminare su quel sentiero dove gruppi di mucche disperate vagano in cerca di un’erba che non c’è. Pensavo alle mucche svizzere, molto più fortunate di loro, creature cresciute negli agi e nell’abbondanza, mentre quà, anche le mucche soffrono. L’avarizia di Dio, in compenso, le fa maturare più in fretta e i disagi le rendono più creative. Qualcuna non aspetta di morir di fame, si suicida gettandosi sotto i camion che passano. Ne abbiamo incontrate parecchie ancora palpitanti, con le zampe all’aria, ai bordi dei nastri d’asfalto. Le scimmie di nascosto, facevano il nome del padre ringraziando Dio che quella sorte non fosse toccata a loro. In fondo, le banane non mancano mai e sanno di essere gli esemplari più fortunati della fauna africana. La pianura che precede l’altipiano di Mlali è l’ultimo lembo di terre Masai. Adesso capisco perché i Masai non si sono mai dedicati all’agricoltura ma hanno preferito fare gli allevatori di bestiame che si alleva da solo. Un popolo scansafatiche e un po’ aggressivo che combatte per estorcere bestiame ad altre tribù, sostenendo di riprendersi quello che già appartiene loro per assegnazione divina. La loro tradizione culturale prevede che l’uomo Masai possa sposare dalle cinque alle dieci mogli. A un occidentale sembrerebbe un privilegio. Loro lo vivono come un impegno sociale. Voglion dare la possibilità a tutte le donne di sposarsi e procreare, è pura generosità in quanto il numero di donne è nettamente in esubero rispetto agli uomini. Solo per questo si sentono a credito con Dio.

IMG_0660Angela, un’amica-angelo, prima di partire, mi ha regalato un taccuino su cui annotare i miei appunti di viaggio e nella prima pagina ha scritto una specie di augurio che si esprime così: “apri il cuore ai colori dell’Africa, sentine la vibrazione e l’energia, gustane il profumo e la gioia. Di ciò che la mente cattura può svanire il ricordo, ciò che il cuore accoglie sarà sempre con te, fedele compagno di viaggio”.

Questo augurio contiene proprio quello che l’esperienza africana mi ha dato. E anche di più.

L’altipiano sembra l’osservatorio sul mondo. La Savana è ai suoi piedi, suddito silenzioso che contiene tutte le forze dell’universo. Sono arrivata in questo posto accolta dal profumo di bouganvilles e dalla frescura degli alberi di mangos e papaya. Un ‘karibu’ (benvenuta) pronunciato dalla natura dell’altipiano rosso, dove, se da un lato gli eucalipti impoveriscono la terra succhiandone la fertilità, dall’altro la squadra di braccianti al servizio di padre Francesco ha trasformato questo angolo di terra in una piccola ‘bel air’ africana, dove l’acqua non manca, l’orto abbonda di prodotti anche italiani (basilico compreso), a novembre si ammazza il maiale come da noi e si fanno anche le salsicce. E il gatto, che si chiama ‘maramao’, non morirà mai di fame, anzì, è leggermente obeso. Tra una riflessione e l’altra, i miei primi buoni propositi ‘made in Africa’ emergono incoraggiati dalla pacatezza del mio compagno di viaggio. Voglio imparare la lentezza, l’ascolto del silenzio, dopo aver ucciso il frastuono della mia mente globalizzata.

Sei e trenta del mattino. Non un mattino qualunque. Il giorno apre il suo sipario sulla Savana dove i colori dell’alba sono un’esplosione di luci prepotenti che si feriscono a vicenda. Il cielo diventa un campo di battaglia, assaltato da tonalità di fuoco, suoni e vibrazioni. I borbottii del risveglio mattutino si concentrano tra gli alberi. Alcuni sembrano mani spinose protese verso il cielo. Sono cactus ramificati dove uccelli strani, invadenti nelle voci e timidi nell’apparire, sgusciano dai loro nidi intonando canti di gratitudine a un Dio immaginario. Anch’io ho un Dio da ringraziare, il Budda che vive dentro di me, il mio ruggito interiore, quello che mi ha permesso di arrivare quà, accantonando le paure o forse entrandoci dentro, accarezzandole dopo averle riconosciute e percorrendole come un sentiero che ti conduce fuori da esse.

IMG_0597Lascio la mia stanza e raggiungo il boschetto di eucalipti che ho scelto come tempio all’aperto, da cui espandere il mio gonghio quotidiano e il mio daimoku solitario. Tra un’ora vedrò i bambini del Kituo Watoto Walemawu (Centro Bambini Handicappati). Tra un’ora la gioia mi invaderà dalla testa ai piedi. Loro sono già felici che io ci sia, anche se ancora non ho un ruolo. Presto, lo inventerò.

Stasera la luna (mwezi), è piena, di un giallo forte. Esce fuori dalle nuvole per augurarci la buona notte. Padre Francesco mi dice che è calante ma io la vedo intera, compatta. Esattamente come mi sento io in questo momento. Alle 22.00 provo a dormire dopo aver letto due pagine del libro ‘Sognavo l’Africa’ e chiudo gli occhi in scenari che già mi appartengono. Oggi pomeriggio ho visto i bambini del Centro, trenta cuccioli dai tre ai dieci anni, con handicap più o meno gravi, per la maggior parte dovuti a complicazioni da parto (qui, monitoraggio, ginecologo, non esistono). Quando li osservi capisci subito che la loro soglia di sopportazione del dolore è altissima. Per il fatto che i loro sorrisi non si interrompono mai.

Estar è stata operata da poco alle gambe per una osteomielite, cammina con le stampelle e contemporaneamente spinge la carrozzella di Maurice, paraplegico dalla nascita. Olipa ha una gamba dieci centimetri più corta ma non rinuncia ad aiutare i suoi compagni più sfortunati che non riescono a camminare né con le stampelle e né col deambulatore. E tutti quanti, a una certa ora del giorno, si mobilitano per intonare canti e danze a suon di bongas. Ballano anche appoggiati alle stampelle. Stamattina mi hanno salutato con un corale ‘karibu’ (benvenuta). Seline, è subito entrata in sintonia con me. Tutti conoscono la parola ‘aiuto’ e lei l’ha pronunciata per prima, attaccandosi alle mie gambe per mettersi in piedi.

Non so cosa potrò fare io in questo luogo così drammatico e così sorridente. Anche spingere una carrozzella può essere utile. Da domani mi rimboccherò le maniche, smetterò di lavarmi le mani ogni cinque minuti e mi tufferò in questo mondo di microbi, di cuori sorridenti e gambe che tentennano. Quello che potrò dare è solo una goccia ma è la ‘mia goccia’ come ha detto Don Marco prima che partissi, quando mi ha benedetta con il suo incoraggiamento. Da domani mi inventerò un ruolo, guidata dall’istinto e dalle loro tacite richieste.

IMG_0720‘Twendenare, twendenare, pole, polé…’ (camminiamo, camminiamo insieme piano piano…), il canto lamentoso ballato su ritmo rep, dinoccolato. Ritmo lento e stanco, emblema dello ‘stare’ che sostituisce il ‘fare’. Bongoes fatti in casa fanno da contorno, assieme a strumenti che producono il suono di ‘maracas’, costruiti con striscie di legno a cui sono stati inchiodati tappi di birra ‘kilimangiaro’. Gli strumenti di questo genere sono unici al mondo, non si trovano in commercio e sono il frutto della fantasia dei poveri e grande esempio di riciclaggio creativo. E’ cosi che mi hanno accolto i bambini questa mattina. Le note e i canti erano l’espressione del loro più caldo ‘karibù’. Per ringraziarli ho iniziato a ballare anch’io, prima di fare cose più serie. La loro maestra mi ha ceduto la cattedra senza troppa resistenza, stamattina doveva riparare tutti gli strumenti rotti e ripulire i fagioli dai loro baccelli per aiutare a preparare il pranzo. Dopo le danze ero sfinita e felice di cominciare a dare il mio personale contributo né troppo utile né troppo indispensabile. Non essendo né medico, né infermiera (da noi potremmo dire né carne né pesce), non mi restava che provare a tornare bambina resuscitando tutte le emozioni infantili, proiettarle sui piccoli compagni di avventura, aggiungendo le mie conoscenze linguistiche e proponendole loro sotto forma di gioco. Nell’arco di tre ore ho partorito una vera lezione di lingue comparate, con melange di bricolage, arte, natura e mambo italiano. Per qualche attimo mi viene il dubbio di averli sfiniti troppo. Come primo giorno, forse, ho messo troppa carne al fuoco. Ddio mio, forse mi sono comportata come l’animatore di un villaggio turistico….la mia lezione è stato un pot pourri….Proprio nel momento di più alto grado di sconsolazione decido di interrompere ‘l’animazione’, tornare in me dopo una specie di trance iperattiva con ventidue vittime al seguito, pronuncio la parola ‘taiari’ (finito). La reazione è stata immediata. Nessuno si schiodava dal proprio banco e tutti continuavano indisturbati e felici a tradurre le immagini scritte alla lavagna nella loro lingua madre, in inglese e in italiano. Non sto più nella pelle, già si sono innamorati del mio modo di stare con loro. Domani proverò a fare l’infermiera e fra qualche giorno, per favore, bisturi

I borbottii della Savana mi hanno svegliata alle sei di mattina, invitandomi a vedere l’alba rossa che proietta i suoi colori sull’orto, dietro il dormitorio. In questo angolo di terra fertile, gli alberi di papaya regnano sovrani su tutte le altre verdure meno nobili. Dai fagioli, ai cavolfiori, dal basilico alla lattuga, dalle zucche alle patate. Dai fagiolini agli spinaci selvatici. Anche gli ortaggi hanno un’anima. Per raccogliere tre foglie di basilico senza chiedere permesso al padre curatore della ‘piccola serra dell’abbondanza’ ho dovuto confessarmi. La colazione si fa alle sette e trenta, ho ancora venti minuti per fare un daimoku solitario tra gli eucalipti, nel mio tempio ‘en plain air’ e cinque minuti per tentare di avvistare una scimmia. Per ora ne ho solo sentito i versacci. La mia colazione ha un tempo di durata massima (un’ora), troppo per padre Francesco. Per lui, lo spazio temporale che racchiude l’inizio e la fine del primo pasto del giorno è scandito da due preghiere di ringraziamento, dette in kiswaili, e il tutto non deve superare trentaminuti. La prima me la perdo perché arrivo sempre in ritardo. Rimango troppo incollata al cielo e ai suoi toni mattutini. IMG_0721La seconda, quella che conclude il pasto, giunge sempre a metà della mia colazione, quando sono ancora alle prese con gli sfilacciamenti dei manghi (almeno due) che sono una specie di ‘crudité’ prima della colazione vera e propria. Se uno, dopo anni e anni di manghi, riesce a prenderli per il verso giusto, senza sbrodolarsi né riempirsi gli spazi tra un dente e l’altro con le loro fibre arancioni, sarebbe da candidare all’oscar del ‘bon ton’. Padre Francesco, dopo avermi catalogato come persona altamente ipocondriaca e ansiosa (gli sto facendo troppe domande sulla malaria, sul tifo e tutte le malattie tropicali) mi ha detto, con tono tra il serio e il beffardo, che il mango è portatore di colera. Da quel momento la mia colazione ha contratto la sua durata. Con la papaya si fa molto prima e ha le stesse stupende proprietà, una delle quali quella di potenziare il mio fisico, tenermi lontana dai virus, mantenere l’elasticità della mia pelle e della mia memoria.

Sono già le nove, è ora di avviarsi al Kituo, i bambini mi aspettano. Sono vestita di bianco per tener lontane le zanzare e per fare l’infermiera modello. Massimo mi dice che voglio imitare Karen Blixen. Io, di rimando, gli chiedo “are you happy?”. Mi sfrutta per praticare il suo inglese e nei tempi morti tra me e lui si insinua questo idioma, fino allo sfinimento.

Maria Teresa, caposala volontaria di turno, è colei che supervisiona il centro, monitorizza lo stato di salute dei bambini ospiti permanenti, è un’impeccabile professionista, però non sorride mai. Io, mangiatrice di manghi, scatenata danzatrice tribale a ritmo di bongoes, tra un po’ mi affiancherò a Maria Teresa e tra una performance e l’altra canterò ai più piccoli “Ci son due coccodrilli ed un orangotango…”poi passerò alla “balena delicata…” alla “barchetta in mezzo al mare” e ai più grandi canterò “ehi mambo…bingo bango bongo voglio andare fino al Congo..” Toglierò verruche con azoto liquido, passerò olio antifungino sulle teste rasate dei miei negretti, controllerò le orecchie di Celine da cui sgorga pus in continuazione e insegnerò ai bimbi come coccolarsi a vicenda facendosi un massaggio con balsamo idratante nelle parti più indurite delle ginocchia, che, a forza di strisciare per terra, si sono inspessite come la pelle di elefante. Tra un po’ avranno gli occhi lucidi. Non per il dolore ma per l’emozione, dopo aver indossato le magliette e i vestiti portati dall’Italia. Naomi ne ha messi due contemporaneamente. Confusa e felice, con lo sguardo pieno di lacrime non versate.

Questi bambini sono invasi di verruche, soprattutto nelle mani. Oggi mi sono vergognata di me stessa quando ho indossato i guanti di lattice per giocare a pallone con loro. William, avvicinandosi, mi ha infilato la sua mano sotto la camicia fino al polso, per sentire il contatto vero con la ‘mamawazungu‘ (mamma bianca) gosiyakuku (con la pelle di pollo).

La montagna (Mlima) dietro il dormitorio mi attira. L’aspirante ‘flying doctor’ Massimo, il mio compagno di missione, non mi ci porterà mai. Se decidesse di farlo dovrei parlare l’inglese tutto il tempo, perché lui vuole fare pratica a mie spese, approfitta di me. E mi costringe a cantare ‘The winner takes it all and the loser has to fall..’ degli Abba. Possiede tutti i testi delle canzoni e per mia sfortuna non li ha dimenticati a casa ma li tiene nella tasca del ‘zinalone’ da dottore, così ogni momento è buono per fare un po’ di conversation. Con lui non mi conviene salire la montagna, anche se si offrisse a precedermi come apripista e incantatore di serpenti. La sua flemma li farebbe addormentare solo a guadarlo da lontano ed io sarei salva.

Chiedo a un operaio di accompagnarmi lassù, offrendogli una mancia e una t-shirt con su scritto “Coop bagnini Cattolica”. Poi, invasa da un attacco di ironia perversa, l’invito ad indossarla, gli faccio una foto. Ho già trovato il souvenir per il mio ex marito, cacciatore di teste negre, nonché bagnino che combatte il commercio dei vu’ cumprà.

Comincio a memorizzare tutti i nomi dei miei piccoli musetti color cioccolato fondente. Celine, Omari, Estar, Naema, Asheri. Al mattino mi attendono come si aspetta un carnevale. Per loro sono un’onda di festa e di calore alieno. Non capiscono da dove arrivo. Semplicemente mi sentono, mi vivono, scrutandomi coi loro occhi intensi, liquidi come la superficie di un lago e scuri come le notti. Mi abbracciano e cercano il contatto. Non bastano le attenzioni professionali di un’infermiera impeccabile o le cantilene di preghiere di una suora devota. A volte, chiamandomi ‘Mama’ con la testa appoggiata sulla mia pancia, sembrano alla ricerca di ulteriori affinità o di un dialogo silenzioso.

STAMANE sento che mi sto ‘toscanizzando’. Escluso padre Amandus, tanzaniano puro salvato dalle perdizioni, tutti gli altri francescani provengono dalla terra di Dante e mi chiamano ‘bischera che ocché tu ffai’. Io oggi non so ancora che farò. Stanotte ho dormito poco. Il richiamo della foresta mi rende le notti insonni. Dormire è difficile ma se ci penso bene, non mi serve. Il buio dell’Africa mi fruga dentro. Scombina le mie convinzioni, i ritmi mentali, fisici e spirituali. Raddoppia la fame ma mi fa star bene anche senza mangiare. Brucio energie ma non ho bisogno di riposo. Accendo percezioni nuove rendendomi attenta anche alle piccole cose. A casa vedo un ragno e lo schiaccio. Qui lo vedo e lo lascio andare, anche se la paura che torni a pungermi di notte non si neutralizza con la buddità.

La mia stanza odora di Autan e di disinfettante. Da domani spalancherò le finestre per farci entrare il profumo di bouganvilles, canterò una ninna nanna agli scorpioni e, come Artemisia, stordirò le zanzare mettendo spremuta d’aglio sui davanzali. Sopravviverò al terrore della malaria, a quello dei serpentie dei colibatteri. Vivrò le meraviglie e le insidie di questo paese arido e polveroso, con pari entusiasmo. La bilancia è il mio Budda, e attraverso i suoi occhi vedrò le bellezze nascoste, stipando dietro di esse i miei tremori umani, ponendomi oltre i confini dei miei limiti, al fianco degli dei.

Jambo, jambo è il mio saluto del mattino, a tutti quegli occhioni liquidi che mi circondano nella stanza chiamata ‘scuola’, dove di loro iniziativa, ogni giorno, dispongono in semicerchio tutti i banchi e le sedie. Tutto si muove così veloce che sembra il cambio di scenografia in un palcoscenico, tra un atto e l’altro. Elemento costante che sopravvive ad ogni cambio di scena : la stampella-deambulatore-carrozzella. Anche oggi faccio l’infermiera di buonora, l’atelierista, l’insegnante di lingue, la massaggiatrice, e la dispensatrice di coccole. E tra un’attività e l’altra sto apprendendo molto anch’io. C’è in essi un senso di gerarchia, autogestione e solidarietà innati. Nessuno ha mai detto loro di apparecchiare la tavola, servire i più piccoli e i più malati, spinger la carrozzella di coloro che all’ora di pranzo non riescono da soli ad avvicinarsi nella stanza della mensa. C’è una grande ricchezza nei loro cuori, una forma di amore alimentata dalla gratitudine.

Alle dodici e trenta i bambini hanno già consumato il loro pranzo e mi congedo per gustare il mio. Nel frattempo attendo seduta nella veranda, osservando stormi di rondini in agguato, intente a cacciar termiti in volo. Questa specie di portico è il mio oblò sul mondo. Da qua posso vedere lontano. Sento che ogni giorno di più imparo a ‘stare’ con me, con il silenzio che, quando non è pensiero, è ascolto, presenza.

Dal buio del cielo dell’altopiano, stanotte, salgono dei suoni. Sono musiche dal villaggio, ritmi di bongoes, canti lamentosi. In tutta Mlali c’è un’unica televisione, quella del bar-pub ‘Barracuda’. Per vederla, i clienti devono pagare pochi centesimi. Stasera c’è una partita di calcio importante e la Tanzania sta vincendo contro il Congo. Stasera anche i più disperati bevono birra e festeggiano in musica.

Il daktari wamena (dentista) oggi ha poco da fare. Ieri notte ha piovuto e il terreno è più morbido. Stamane, anche quelli con gli ascessi sono andati per campi. La priorità è la semina. In questi casi il dolore va scansato, ignorandolo. I denti in fondo son corpi estranei dentro bocche che spesso dimenticano i sapori del cibo. Quando non si va per campi, i denti, per quel che servono, si posson anche lasciar morire, la polenta non si mastica e i fagioli neppure. Curarli costa troppo. Ma le cure o le estrazioni vanno fatte rigorosamente quando non si semina, perché il raccolto è la priorità assoluta. Padre Leonardo dice che togliere i denti è la più grande sconfitta per un dentista. Il primo giorno Max, Mr Morfina, soprannominato da me ‘the happy looser’, ne ha tolti dodici. Daktari, non ti avvilire, l’avorio qui non vale niente!

Alle nove di sera la nostra veranda raccoglie tutti i rumori della notte. Diventa il catalizzatore della luce delle stelle, dei suoni di bongas che salgon dal villaggio come mongolfiere colorate. Quella veranda è il luogo dei miei silenzi, delle partite a carte di Padre Francesco e Giorgio, dei gatti che si fanno le fusa e si rotolano nel cesto fra mille coccole.

Sembra sempre la stessa notte. I rumori si ripetono uguali, il cielo blu cobalto rimane immutato, come il richiamo del cuculo e quello dei grilli. Siamo appena tornati dalla cena etnica nella capanna di Rafael. Giovanni, Max ed io, come da accordi presi ieri sera, siamo arrivati a casa sua alle diciotto e trenta. Come i tre re magi abbiamo portato doni: tre pacchi di biscotti dall’Italia elargiti da una ditta, grazie a Tonino Donati, lo sponsor ufficiale della nuova capanna di Rafael. Il segno dell’evoluzione rispetto a prima è il tetto di lamiera e le pareti in mattoni.Un anno fa Rafael viveva in una capanna di fango col tetto di paglia, che durante la stagione delle pioggie diventava poltiglia. Oggi la sua nuova capanna sorge come un tempio nella zona privilegiata di Mlali. E’ stato emozionante all’arrivo sentire l’odore di fumo con arrosto. Il lume a petrolio acceso, la figlia Pasqualina di cinque anni assieme a un esercito di bambini variopinti, con muccio al naso, i piedi inzaccherati. Musi e capelli pieni di polvere, occhi neri come il buio. E in attesa della cena intonare con loro un canto e una danza. Quel canto che ormai è diventato la mia sigla: ‘twendenare twendenare pole polè..'(camminiamo, camminiamo insieme piano piano…).

Il rito della cena con ospiti: la moglie prepara tutto, offre agli ospiti un panno caldo e brocca d’acqua per lavare le mani prima di consumare il cibo. Con le mani, appunto. Versa acqua tiepida da una caraffa tenendo un catino sotto per non sgocciolare. Chissà quanti colibatteri contiene quella brocca, dice fra se e se quel folletto che vive nel mio emisfero sinistro. Nella penombra del lume a petrolio i colibatteri non si vedono, e neanche i bagarozzi. Ho deciso di mangiare tutto quello che mi capita tra i denti. “Zanzare venite a me, voglio consumare la mia vendetta su un piatto caldo!” E intanto la moglie-cuoca-ancella, dopo aver fatto il suo dovere si congeda e va a mangiare altrove. Solo gli ospiti hanno diritto di consumare il cibo col padrone di casa. Anche l’Africa è piena di uomini d’onore ma ancora, qui, non ci sono assessorati alle pari opportunità. La moglie di Rafael, intanto, consuma il suo pasto nell’altra stanza, come in castigo. E’ in compagnia dell’ultimogenita, colei alla quale hanno dato il nome dello sponsor. Almeno l’avessero chiamata Tonina! No, si chiama Donati. Anche in Africa esistono i ruffiani adulatori. Forse questa cena è mirata a chiedere ulteriori sponsorizzazioni? Ci guardiamo negli occhi, noi tre ospiti, mentre Rafael elenca le cose che ancora mancano nella casa, tra cui una televisione e un cellulare. Abbiamo capito che non bisogna dargli troppa confidenza, ci congediamo con un sorriso, ringraziando per la gustosa cena. Lui forse, impreca tra i denti perché ha capito che con noi non attacca. Non ci lasciamo intenerire dal fatto che ha altri figli e mogli da mantenere in qualche altra capanna del villaggio. La globalizzazione non risparmia nessuno. Questo è il triste pensiero con cui risalgo il sentiero che mi riporta sull’altipiano. Anche qua il telefonino sta facendo vittime. Oggi, girando per il villaggio, non lontano dal pub ‘Barracuda’ , ho visto una giovane donna avvolta nel suo Kanga colorato mentre avanzava reggendo con una mano il sacco di polenta poggiato sulla testa e con l’altra un telefonino portato all’orecchio sinistro. Parlava e rideva mostrando una sfavillante dentatura cavallina. Era una delle puttane del villaggio.

Destinazione Lolera

Oggi padre Amandus ci ha fatto un grande regalo. Ha mantenuto una promessa, cosa rara, in Africa, dove tutto fluisce senza regole, tempo compreso. Puntuale come non previsto, alle otto e trenta di questo mattino umido e soleggiato, ci ha fatto salire sul land cruiser di sua dotazione per condurci lungo un percorso di terre Masai, dove non arrivano né i turisti Alpitour, né quelli fai da te. Centicinquantachilometriditerrerossepolverose con crepe piene di insidie come il deserto Australiano, a cui si alternano terre ocra come le Medine del Marocco. Aria che sa di cipria bagnata. Ci addentriamo in paesaggi che mutano come il cambio delle stagioni. Diverso è il colore della vegetazione e del cielo, la forma delle nuvole, la densità dell’aria. Gli alberi sembrano sculture forgiate dal vento. A volte hanno l’aspetto di uomini storpi che protendono le loro braccia verso il cielo, invocando una benedizione che non arriva. A volte sono dimore misteriose di uccelli riservati che si proteggono tra le fronde folte e da esse liberano i loro canti, come cori in una chiesa; il loro non è un semplice cinguettio, a volte è un lamento, altre è un richiamo o un segno di riconoscenza verso divinità impalpabili. Lungo il viaggio incrociamo Masai in bicicletta, coi loro gioielli di latta e cavigliere di perline di vetro colorato. Una mano è appoggiata sul manubrio, l’altra impugna l’immancabile bastone da guerriero innocuo. O pastore vagabondo. O disertore di pascoli ingrati. Lungo le strade polverose segni di globalizzazione senza antidoti: sacchi di plastica sollevati dal vento, bottiglie di birra che rotolano mimetizzandosi nella polvere, e altri segni di consumismo che sta rovinando anche questo angolo di terra fintamente vergine. E io, dea del verde e amante di naturafelice, anima viva del WWF, che quando va per boschi e trova mozziconi di sigarette li raccoglie maledicendo cacciatori ed escursionisti distratti, si sente veramente uccisa da questi sacrilegi. Mentre sento il ‘corazon espinado’ da tanta visione degradante, noto che tutto rotola fra i piedi scalzi di anime variopinte. I bambini si avvicinano curiosi alla nostra jeep. Ogni volta che avvistano un’auto capiscono che si tratta di ‘wazungu’ (uomini bianchi) e arrivano chiedendo ‘pipis’ (caramelle) mentre allungano i loro palmi vuoti verso il finestrino anteriore della nostra auto. Max fruga nel suo zaino per tirarne fuori una manciata ed io lo blocco dicendogli “shame on you!”= vergognati. Questa non è coerenza. Prima gli curi i denti e poi glieli fai cariare di nuovo!” Come trasformare un ‘Progetto sorriso’ in un flop. Max non replica a parole ma è già al secondo picco di odio nei miei confronti. Mrs adrenalina Blixen si sta trasformando in una insopportabilebacchettona che ogni volta, anche con un eufemismo, gli ricorda, in maniera più o meno velata che “The winner takes it all and the loser has to fall” (sacre parole degli ‘Abba’, gli IMG_0655apostoli adottati da Max come guru number one).

Il viaggio fra sentieri solo sterrati si sta facendo duro. Inoltre padre Amandus non è un grande autista. Solo al ritorno ci confesserà di non avere nemmeno la patente. Siamo nel paese delle banane ma sentiam odor di golfo di Napoli.

Abbiamo dimenticato di portare qualche dono alle suore che ci ospiteranno a Lolera, il Consultorio-convento ai bordi delle terre Masai, dove berremo solo acqua piovana, veglieremo con lume a petrolio e rischieremo l’infarto ogni volta che un geco si muove nella penombra. Per non arrivare con le mani vuote ci fermiamo presso una capanna appartenente a una tribù sconosciuta e compriamo tre galline. Le galline africane sono molto ‘free’: non stanno nel pollaio ma ancheggiano ai bordi delle strade come le puttane. E’ stato difficile catturarle. Tutta la tribù si è mobilitata. Sembrava la caccia al tesoro. Io nel frattempo cercavo una toilette ‘en plain air’ evitando cespugli troppo folti per non aver sorprese.

Arriviamo a Lolera convivendo nelle ultime ore di viaggio con le tre galline iper adrenaliniche. Quelle povere creature, come per una sorta di protesta, non smettevano di starnazzare e spargere le loro piume nell’abitacolo della nostra land cruiser. Il dispensario fa parte dell’ Health Project di Arusha, ed è stato creato a beneficio delle comunità della Masai Steppe. Questa specie di oasi nel deserto si trova in una terra arida, stepposa, lontano centinaia di chilometri dal più modesto centro globalizzato, dove si vendono schede telefoniche, passa un autobus una volta al giorno e si può bere , almeno, birra Kilimangiaro e Coca cola in bottiglia (sono diventata una coca-nomane solo per il periodo di permanenza; ho pensato che se corrode le mattonelle di marmo, sicuramente ammazza tutti i microbi ai loro primi approcci con le mie fauci e apparato gastro-intestinale). Chiusa parentesi psico-somatica, torniamo al tragitto.

Quando piove vengono cancellate quelle che noi chiamiamo strade perché l’acqua, coi rivoli che si formano e si incanalano altrove, è una grande creativa e grande maga: fa sparire strade per poi ricomporle in diverse direzioni. Alziamo lo sguardo verso il tetto e vediamo una grande cisterna dove le ‘sisters’ raccolgono acqua piovana. Ci sentiamo fuori dal mondo, una gran voglia di fare una doccia ma con il terrore di spogliarci e darci in pasto a qualche zanzara malarica. L’acqua della cisterna è quella che useranno per cuocere il cibo e per bere ai pasti. Io ho persino paura di lavarmi. E’ una senzazione di piacevole-sgradevole stordimento. Ci avviciniamo a tavola per il pranzo e passando per la cucina ‘en plain air’ vedo un tegame con olio già consumato e dieci mosche che vi galleggiano. Le sisters non provano neanche a scusarsi per l’inconveniente. Fanno finta che non ci siano. Se voglio sopravvivere devo mangiare lo stesso. In fondo le mosche sono state filtrate. Cleo, Cleo, dice la mia voce interiore, “non fare la schizzinosa!”. Dimentica che il cibo prodotto in condizioni igienicamente non corrette potrebbe anche lasciarti stecchita per qualche giorno con le convulsioni da dissenteria. Pensa invece all’emozione di domani, quando andrai alla messa coi Masai e ti ringrazieranno per essere li, con un applauso, per te, per Max, per padre Amandus e per l’interprete. La scena in chiesa è stata commovente e buffa. C’era un interprete che traduceva in idioma Masai dal Kiswaili di padre Amandus, il quale simultaneamente traduceva in kiswaili quello che io Max dicevamo in Inglese dopo averlo pensato in italiano. Chissà quante sfumature si sono perse per strada! Credo ci siano fondamentalmente due cose che non si possono tradurre: l’ironia e le emozioni. Spero che i nostri occhi e i nostri sorrisi abbiamo colmato l’ellissi.

Forse un giorno Max ci tornerà come flying doctor. Io non vedo l’ora di scappare per sempre da questo posto meravigliosamente malsano.

“Mwenda pole hajikwai” (se andiam piano andiam lontano). E’ quello che sussurro con un sorriso amaro a padre Amandus nella via del ritorno, per invitarlo a diminuire il tasso di marcia. Non per la nostra incolumità ma per quella dei pedoni ai bordi del sentiero. Lungo le strade di terra ocra incontriamo gruppi di Masai di ritorno dalla Fiera del Bestiame, un evento che si tiene la prima domenica di ogni mese. Molti son barcollanti e quindi, deduco, inconfondibilmente ubriachi. I venditori ambulanti, per l’occasione, hanno fatto affari vendendo birra calda. I poveri diavoli variopinti e agghindati come prìncipi scalzi, si dirigono verso il villaggio notturno, dove li aspettano le diverse mogli con rispettivi figli nelle loro rispettive capanne. Situazioni da inventariare. Il villaggio diurno si trova a un chilometro dal ‘dormitorio’ ed è una specie di ‘agorà’ dove si svolge la vita sociale, di questa razza quasi napoletanizzata: primo perché le donne dei Masai sono sempre incinta, poi perché gli uomini lasciano lavorare il resto della famiglia. Le donne si occupano della casa, persino della sua costruzione e i ragazzini pensano a pascolare il bestiame. I bambini passati in fila offrendo alle nostre carezze le loro testoline rasate e infestate di macchie bianche da funghi. Per loro chinare il capo davanti a un bianco è un gesto di rispetto. Come contropartita aspettano la benedizione del nostro tocco, al quale attribuiscono un potere taumaturgico. Il loro nomadismo li penalizza sia dal punto di vista dell’alfabetizzazione che della salute e igiene. Durante le migrazioni i bambini non frequentano scuole e la maggior parte contraggono la malaria. La loro soglia di sopportazione del dolore, mi dice una suora del dispensario, è più alta in confronto ad altre tribù. Se tolgono un dente non vogliono anestetico. Curano la malaria solo con l’uso di alcune radici di alberi autoctoni, come vuole un’atavica tradizione. Alla messa, ho visto un uomo avvolto nel suo ‘plaid rosso’, con la smorfia del dolore in viso, gli occhi liquidi e velati. “Malato di malaria”, mi dicono. Mi metto le mani in tasca, dopo aver coperto il viso col velo rigorosamente cucito al cappello, tocco glamour creato per la mia occasione africana, per combattere le zanzare neutralizzando sul nascere le loro tentazioni di attaccarmi nelle uniche parti scoperte del mio corpo. Soffoco per il caldo afoso e muio, in silenzio, dalla paura.

Forse mi mancheranno i sorrisi cariati di questo popolo nato ai bordi del nulla. Forse l’evangelizzazione li sta salvando dalla disperazione. O forse li ha violentati nella loro purezza animista. Mi chiedo se il contatto coi ‘civili’ li ha depredati o arricchiti. Non so rispondermi.

Ho un ponfo sulla fronte. Forse ho contratto la malaria e devo aspettare fino a sei mesi per saperlo.

…………..quanto è bella l’Africa……………….quanto è brutta l’Africa……………….quanto…………..

Una donna all’uscita della chiesa mi ha offerto un crocefisso fatto di perline con lo stesso stile dei tipici collari. Un’altra, meno generosa, sta cercando di vendermi il suo collare per 5000 scellini. Non mercanteggio e senza indugi faccio scivolare la banconota richiesta sul palmo della sua mano sinistra e mi congedo col crocefisso al collo. Da quel momento, non l’ho più tolto, è stato una specie di amuleto. E al mio ritorno a Mlali , cominciarono a chiamarmi ‘sister’, un titolo onorifico che mi faceva accedere a prezzi di favore non richiesti, ogni volta che mi recavo al mercato a comprare manghi e smistare kangas (parei) colorati.

Stamane il borbottio del bosco dietro la mia “chumba” (stanza) mi ha svegliata alle sei meno un quarto. Bevuto acqua argillosa, il rito quotidiano del ‘non si sa mai’. (ottima per prevenire dissenteria o stitichezza). Alle sei e quindici i miei passi raccolgono la rugiada del mattino, pennellata sul prato all’inglese appena tagliato. Poi attraverso i sentieri rossi ai bordi del dispensario, forgiati dal trattore di padre Francesco. Anche se ho preso confidenza con il luogo sono sempre un po’ guardinga. Controllo se dai rami degli alberi pende qualche serpente o se dietro le sterpaglie ci sono iene in agguato. Al mattino, dicono, sono già nelle tane e solo di notte diventano pericolose.

IMG_0591Nel mattino del sacrificio del ‘baghino‘ la luce calda dell’Africa si insinua di buon’ora tra i tessuti appesi alle finestre della mia chumba. Quando il cielo non è nuvoloso mi lascio violentare dai bagliori diurni e dalle voci crescenti del bosco. Volgo il mio sguardo in fondo al corridoio. Laggiù c’è una finestra, il mio osservatorio sull’alba. Oggi si esprime con un’esplosione di colori aggressivi e caldi che rimandano al tramonto. Come se in un momento l’aurora stesse mettendo in scena il riassunto delle stagioni.Colori, vibrazioni, profumi. Esco e mi dirigo in quel crocevia di rami secchi e terra rossa. La brezza che alita profumo di gelsomino e di terra bagnata. Mi metto in comunicazione con l’universo e con le voci dentro. Sento che mi fanno domande a cui non so rispondere. Nell’intimità del bosco riesco a comunicare con gli strati più profondi della mia anima. E pensare che credevo di non averne. Rivolgo al sole e a me stessa daimoku mattutino. Grata all’universo e alla mia incoscienza. Ripenso a quando ho risalito la montagna, insultando i mostri della mia mente e oltrepassandone le forme, disegnate dalla mia fantasia. Camminavo tra le sterpaglie, vicino alle rocce, sotto gli alberi rinsecchiti e vedevo solo la bellezza del cielo sopra e dentro di me. Vedevo la vallata rossa, macchiata di verde dopo le pioggie dei giorni scorsi. Vedevo la linea retta della strada polverosa che porta a Pandambili, dove inizia l’asfalto e il traffico disordinato. E a un tratto anche i serpenti avrebbero potuto diventare angeli.

L’armonia della natura si può decifrare solo in posti come questi. E’ tutto così perfetto. Tutto si intreccia e si completa. Quando alcuni animali sentono il richiamo dell’alba e diventano attivi, altri si rintanano. I suoni della notte si accasciano gradualmente e lascian spazio alle voci del giorno. Ai gorgheggi degli uccelli, a quelli del coro nella chiesa, ai lamenti musicali delle donne nei campi. Stamattina come sempre, al Kituo, incontrerò i miei folletti. Le loro gambe tentennano ma i loro canti sono chiari come la luce. Risuonano nelle mie orecchie come un rituale benvenuto condito di sorrisi, comunque. Jambo jambo……….habari….tzuri (salve, salve…tutto bene?….tutto bene).

Ognuno di loro ha scavato una nicchia nella mia pancia e mi sta dando una risposta ad interrogativi che ancora non ho avuto nemmeno il tempo di pormi. Con la loro ingenuità adulta mi hanno insegnato come salutare la vita ad ogni risveglio e come viverla al meglio dall’alba al tramonto. Il loro modo di porsi è nobile, oserei dire. Quasi superbo. Troneggiano sulle loro stampelle come principi su cavalli dorati. Ed ogni giorno lucidano la loro povertà con la ricchezza d’animo, quella che solo a percepirla da lontano mi fa sentire piccola piccola. Sorda nei miei agi scontati e fin troppo attenta alle mie stupide inquietudini. Mentre penso, seduta ai bordi di un’aiuola del Kituo, faccio stringere a William una pallina da tennis nella IMG_0580mano sinistra per riabilitarlo al movimento delle dita. Sento uno schiamazzo, voci e grida che arrivano da fuori. Mi dicono che stanno ammazzando un serpente. Qualcuno corre con un badile, altri con grosse pietre. Lo stanno lapidando. Anzi, l’hanno già fatto. Era nero, velenosissimo e passava nella stessa strada polverosa dove io, venti minuti prima, passeggiavo con le ciabatte infradito. Mi sento benedetta e felice. Anche un po’ triste perché domani sarà il giorno dei saluti, prima di partire di nuovo per Dar Es Salam. Giù al villaggio, i ragazzi della Parokia hanno organizzato un party d’addio. O di arrivederci. Ci sono anche le bandierine bianche che sventolano come ali di colomba e in tutta la sala dalle finestre spalancate penzolano rotoli acchiappamosche, quelli che si usavano anche da noi in campagna, ai tempi della mia. Tutti i tipi di insetti cadevano in trappola. Tranne le centinaia di zanzare che persistevano instancabili, attaccate alle bandierine. Dal momento in cui ho notato quello spettacolo infame ho estratto la mia confezione di Autan in stick da spargere nelle mie mani e mentre coprivo la porzione di pelle ancora scoperta : capo-viso-collo con il mio classico velo da sposa-ancella-odalisca, mi avvicinai ad osservare le maledette a sei zampe. Proprio la razza falcidium, quelle malariche. Mi sentivo sull’orlo di una crisi di nervi, memore delle descrizioni fatte da un amico prima della partenza. Di quelli così invidiosi che prima di partire per il Perù mi ha costretta a vedere il film ‘I sopravvissuti delle Ande’. E prima di partire per l’Africa mi ha fatto la lista di tutte le malattie possibili, compreso la filaria. E solo al ritorno scoprii che avrei potuto contrarla solo se fossi stata un cane. Ebbene, l’invidioso mi disse che le zanzare malariche hanno quattro zampe appoggiate e due sospese che si sfregano l’una contro l’altra. Era proprio così. Quattro zampe aggrappate alla bandierina e le altre due sospese mentre si sfregavano compiaciute in attesa del grande banchetto con sangue italiano. Dopo averle osservate attentamente mi resi conto che erano stordite dalla luce e questo conferiva loro un aspetto innocuo. Cosicché decisi di consumare la mia cena con le narici intasate da puzza di repellente, accompagnata dall’incoscienza del mio emisfero destro e il cuore che si apriva ai canti del ragazzi.

Dar Es Salam ovvero Haven of Peace ovvero Porto della pace. Non c’è nome meno appropriato e incoerente. Qui tutto è caotico, appiccicoso, soffocante, stagnante. Città globalizzata dove i ricchi ostentano di più, creando maggior contrasto tra la loro opulenza e la miseria altrui. Loro viaggiano in auto che sembrano yacht, sorseggiano il te sulle torrette delle loro ville coloniali, lontano dal traffico ma a due passi dalla povertà. Le baracche lungo le strade principali sembrano voler turbare le fastosità dei loro palazzi con annessi salotti ‘en plain air’. I poveri diavoli dalle facce scure e gli occhi che sembrano fari consumano le loro serate al buio o al lume di una lampada a petrolio, dandosi all’alcool o facendo figli . Mi manca già l’aria asciutta della Savana, quel pulviscolo rossiccio che ritrovavo ogni sera sul collo della mia camicia bianca. Mi manca il vocio dei grilli puntuale e compatto come un coro. Quell’aria fragrante del mattino che mi attirava nel bosco di eucalipti a sentire i colibri e i passeri tessitori. Quelli che si danno il buongiorno tra le fronde mentre la terra rossa, umida e friabile, cedeva leggermente sotto i miei passi. Morbidi e decisi, esprimevano il vigore dei miei mattini alla ricerca dell’alba più bella, del pensiero più gioioso e del desiderio da esprimere al ritmo del mio daimoku.

Ero felice di essere la ladra di basilico. Contro di me padre Pascal, l’addetto all’orto, imprecava. Io continuavo a rubarlo per metterlo tra i capelli come scacciazanzare. E lui a quel punto, contava anche le cipolle,pensando che avrei potuto rubare anche quelle. Era facile contarle, così allineate sembravano tanti soldatini. Peccato che non avessero il dono della parola, altrimenti avrebbero fatto la spia al loro Papà Pascal che le curava come una cucciolata di figli.

Oggi abbiamo deciso di adottare un taxista. Lui è servile, sempre disponibile ed è anche bravo a fingere di averci fatto un prezzo speciale. Facciamo i turisti per un giorno. E anche gli schiavisti. Così mettiamo a confronto tutti i nostri ruoli africani e alla fine cerchiamo di capire in quale ci siamo trovati più a nostro agio. Così capiremo meglio chi siamo…

IMG_0829L’ultimo giorno è arrivato. Padre Leonardo ci ha coccolato in questo ultimo giorno, condotto nella sua chiesa e proposto di assistere ad una cerimonia di matrimonio multiplo. Entriamo nel luogo sacro intriso di profumo di incenso e fiori, tutto mescolato armoniosamente con esalazioni di sterco di mucca, immondizie marcite al sole e sudore di animali e di uomini. Questo piccolo mondo palpitante sotto il tetto di una chiesa è il riassunto dell’Africa, di un tutto più dilatato. Anch’io faccio parte di questo insieme. Anch’io in questo momento sono il canto, il fetore, sono il profumo e la polvere. Sono la voce confusa e roca. Sono l’urlo che canta l’Africa. Quella che guarisce e quella che contagia. Lei ti si annida dentro come una dolce malinconia, un rimpianto o un entusiasmo. Un’energia che, conosciuta, vorresti farla tua, un dolce veleno che accogli con piacere sapendo di farti male. Come un gioco d’azzardo ti tenta. E tu, ti lasci andare al morbido abbandono tra le sue braccia.

Ultima notte di cobalto. Il cielo è scuro, insondabile come un oceano. Le stelle sono tutte luminose, anche le più piccole, radunate in grappoli. Se avessi una mappa del cielo la reciterei come una poesia, a tutti i bambini del Kituo e a tutti coloro a cui riuscirò a trasmettere e raccontare le mie emozioni africane. Le acace rosse stanno per fiorire. Non mancano alla loro promessa annuale. Sbocciano sempre per Natale, diceva padre Amandus.

La fata stanca torna a casa, leggera, ricca. Con la sensazione che i ricordi saranno gioielli e con un po’ di senso di colpa per aver giocato troppo poco, questo gioco meraviglioso. Missione compiuta tra pacchi di biscotti, medicine, matite colorate e coccole. Anche solo per questo si può essere eroi. Perché questo gioco lo si gioca con sé stessi e per sé stessi. Ed è bello solo il fatto di riuscire a sfidare i propri limiti, far trionfare la volontà sulle paure. Ho solo distribuito piccole gocce di dolcezza, racchiuse tra un ‘karibu’ (benvenuta) dell’arrivo e ‘karubu tena‘ (benvenuta di nuovo) della partenza. Felice di aver versato la ‘mia goccia’, in quell’ oceano che non si riempirà mai.