India

www.ilmurodelsorriso.org per chi volesse fare esperienze di volontariato in India,  sostenere progetti e/o        adottare un bambino a distanza

Quando sentiamo un malessere che viene da dentro e non riusciamo a togliere i locchetti alle porte che ci aprono i tunnel dell’anima e del cuore, sappiamo che abbiamo bisogno di una scossa. Abbiamo bisogno di riportarci a quell’equilibrio che in fondo non abbiamo mai avuto, perché non l’abbiamo mai voluto fino in fondo. Perché l’equilibrio  sta  nella capacità di affrontare la vita così com’è, senza aggiustamenti, senza desiderarla diversa. Equilibrio è stare nel qui e ora, nella consapevolezza del momento presente, senza legami mentali che ci portano indietro nel passato o ci fanno correre troppo avanti, facendoci perdere la vita. Ma soprattutto l’equilibrio è saper affrontare il dolore con la stessa serenità con cui gustiamo la gioia, senza rabbia o resistenza, col sorriso e lo sguardo pacato di chi accoglie e accetta la propria situazione, perché quella, qualunque sia, è il percorso. Per stare nel nostro mondo in modo migliore cerchiamo l’evento, il dramma o l’emozione che butti giù quella porta dell’anima e apra i canali dove sono stipati gli aspetti di noi che non abbiamo mai conosciuto e tuttavia esistono. Là dentro, nei sotterranei del nostro io più nascosto c’è buio e luce e c’è un gioco di colori meraviglioso. Là c’è il nostro terzo mondo personale ma anche il benessere più estremo, c’è un cristallo appannato che le esperienze consapevoli rendono sempre più brillante. Là c’è la nostra India.

Spedizione in India

Un anno fa tre volontarie per caso con lo spirito ‘fai da te’, ancora non si conoscevano. Facevano separatamente la propria esperienza di svezzamento in luoghi diversi. Io in Africa, nella Savana più avara che anche le scimmie hanno deciso di disertarla. Le altre, alla terza tappa in India. Oggi, vigilia di Pasqua, si trovano insieme a giocare seriamente, ognuna con la propria consapevolezza, direzione India. Loro, pronte per rinnovarne l’approccio ed io per collaudarlo. Il rendez-vous delle tre grazie Cristina , Cleo Giselda è all’aereoporto di Monaco di Baviera. Da là un aereo della Lufthansa le porterà a Delhi. Cristina, la responsabile dei progetti odontoiatrici di Puri e del nascente progetto in Rajastan, villaggio Mothuka. Giselda, la sua preziosa collaboratrice, anche lei odontoiatra, futura responsabile a Duburi. Ci sediamo al tavolo di un bar dell’aereoporto. Ordino un té verde per mantenere le abitudini, Cristina sperimenta uno strudel e Giselda, un boccale di birra, come vuole la tradizione tedesca. L’India per me è un’esperienza nuova, ma dopo aver superato l’Africa, mi sento abbastanza forte, di stomaco e di mente. Mi alleno al pensiero positivo, le mie compagne di viaggio non ne hanno bisogno, loro l’India la conoscono bene e si fidano di quello che ci aspetta. Il mistero orientale è per me un contenitore che contiene tutto. Le immagini si sovrappongono nella mia mente e già immagino mucche anoressiche per le strade di Delhi, storpi accasciati ai bordi dei marciapiedi, odore di incensi e cantilene, cadaveri che bruciano, cremati come vuole la tradizione. Risciò che corrono talmente veloci da spiaccicarti contro un bus. Serpenti che mordono, germi che si impossessano del mio corpo per devastarlo. Poi ritorno in me, dopo il viaggio allucinogeno da té verde, e mi lascio andare alle modalità organizzative di Cristina. Rifiuto di alimentare le preoccupazioni e mi affido alla perfezione dell’Universo. ‘Andrà tutto bene’, mantra numero uno. Da ora in poi faremo tutto con consapevolezza, attenderemo Raj all’aereoporto di Delhi, e lui sicuramente arriverà, prima o poi. Per un po’ vivremo senza essere impazienti. Ore 7.30 atterraggio perfetto. La vampata di calore ci dà il benvenuto in questa terra. L’occidente ora, non esiste più.

Namasté

Ci avviamo corredate di tutti i bagagli, compresi gli attrezzi odontoiatrici, verso le strade che portano fuori città in direzione Rajastan-Mothuka. Quattro ore di auto e solo cento chilometri. All’arrivo tutto ci ripaga della stanchezza. Il padre di Raj, vestito di bianco, ci attende vicino al tempietto di Ganesh. Ha in mano un vassoio con corone e petali di fiori. All’aereoporto di Delhi siamo diventate in quattro, anche Claudia è una di noi. Ci sono quattro corone di fiori sul vassoio e lui, una ad una, ce le mette al collo salutandoci con un sorriso dolce e un devoto ‘namasté’. Poi segue la pioggia di petali che ci invade con i suoi colori e profumi. Sembriamo le donne di Tahiti, uscite da un quadro di Gogain.

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Snoring high my nature

Sono le sei del mattino del giorno dopo. Una bella signora dorata, l’alba, fa entrare il suo splendore giallo dall’ampia finestra della stanza da letto che condivido con Claudia. Mancano le tende, per fortuna, così non c’è sipario tra i miei occhi e la luce del mattino, che entra violenta e discreta nel mio mondo indiano. Quà si vive ai ritmi del cuore. La nostra mente si deve abituare ai non orari, ai non doveri, ad ascoltare il corpo che sta sveglio la notte, con gli occhi sbarrati persi nel buio illuminato dalla luna. Ogni tanto è in preda alle palpitazioni dei suoni del deserto (compreso lo ‘snoring’, a volte regolare, a volte impetuoso punteggiato di acuti, della mia compagna di stanza). E proprio nell’ora dei miei balzi in verticale, quando a casa ero pronta per la giornata tipo, mi sento assopire, avvolta dalla luce del mattino e ho un insolita predisposizione alla pigrizia. Nascosto tra le fronde degli alberi circostanti il nostro luogo, un cuculo sta esaltando il suo ego con un canto energico. Sembra voglia dirmi ‘alzati e cammina, che di là c’è bisogno di te’.

Pomeriggio di vero lavoro, con la corona di fiori ancora addosso. Cristina e Giselda ad allestire le attrezzature del neonato ambulatorio, io a scartare e spolverare il riunito nuovo arrivato da Delhi. E tra una spruzzata di autan alle gambe e un sorso d’acqua alla amuchina mi sento già intossicata ma stringo i denti e continuo a svuotare la valigia piena di materiali odotoiatrici. Non sono gli attrezzi del mio mestiere ma già comincio a prender confidenza con le pinze, l’aspiratore, la vaschetta per la sterilizzazione. Nel giro di qualche ora abbiamo allestito un ambulatorio perfetto. Al nostro arrivo è solo una stanza vuota e un po’ polverosa, abitata da gechi e ragnetti vari. Cristina non perde tempo, con la sua logica medico-chirurgica-ortodontica riempie tutti gli scaffali dell’armadio approntato su misura da due operai falegnami fai-da te. Il generatore di corrente fa i capricci ma noi siamo dotate di potenti pile e all’occasione Cristina ha estratto denti senza luce elettrica ma al lume di pila che io, con la tenacia di un minatore, sostenevo fino a farmi venire i crampi, mentre Giselda, l’aiuto chirurgo, faceva cose più importanti. Strada facendo, mi rendo presto conto che stare tra il sangue, i denti cariati, gli sputi, mi fa storcere lo stomaco. Passo la pila a Claudia che la terrà a lungo, mentre io opto per stare in aula coi bambini. Solito bricolage sperimentato in Africa, lezioncine di inglese con canti (compreso jingle bell e holy night). I bambini sono meravigliosi. Al mattino mi chiamano ‘teacher’ e al pomeriggio si congedano con un ‘good afternoon doctor’. Sono incuriositi dai capelli biondi e gli occhi azzurri, mi guardano stupiti come se appartenessi al mondo di mezzo (quello delle fate, delle streghe e dei folletti). Due di loro si offrono di aiutarmi a tenere a bada la classe di trenta alunni dalle età più svariate a partire da quattro anni. A uno di loro chiedo di fare un disegno. E lui tira fuori, con gesto parsimonioso, un mozzicone di matita non più lunga di due centimetri. La conservava con cura nel taschino della camicia, come se volesse preservarla dall’avidità di qualche ipotetico ladro.

Notte stellata

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Primo summit in terrazza: ci guardiamo negli occhi e senza parlare ci stiamo dicendo che dobbiamo darci una regolata. Siamo in India, dobbiamo dimenticare i ritmi occidentali, lavorare di meno. Non stupirci se la gente fuori dall’ambulatorio aspetta le ore senza fare una piega. Anche in quel tempo di attesa che a noi sembrerebbe perso, loro sanno starci con serenità e consapevolezza. Facciamo stramazzare al suolo l’orologio occidentale e diamoci al ‘lassi’ che vuole essere una bevanda evocativa a doppio senso: il lassi che fa pensare al bagno e quello che fa pensare all’andamento lento, allo stare e al fare tutto in relax.

Ganesh, il dio delle porte

Il mattino del giorno dopo la notte stellata Ganesh ha dato la sua benedizione all’ambulatorio del Mothuka Village in Rajastan. Il nostro Maraja, Raj,DSCN0544 ha officiato la cerimonia e sparso di incensi e petali di fiori il nostro ambulatorio color pastello. Riunito azzurro, camici che fanno ‘pendent’. Stanza luminosa, vetri senza tende e decine di nasi spiaccicati ai vetri esterni. Occhi di onice che scrutano curiosi queste quattro donzelle dalla pelle chiara. Cristina e Giselda superprofessioniste, nel giro di qualche ora faranno resuscitare anche i morti, di quelli che hanno ascessi grandi come colline e bocche che sembrano termitai. Io e Claudia, tutte vestite di bianco come vere assistenti sembriamo due adolescenti che giocano al piccolo chimico. Lei sterilizza, io lavo gli attrezzi sotto l’acqua corrente prima di passarli per la sterilizzazione. Ogni tanto il nostro ego scalpita e tra una visita e l’altra l’ignara vittima si ritrova fotografato, sorride suo malgrado per la foto ‘smile mission’ che noi esigiamo in modo imperativo condito con gentilezza. I bambini sono agitati all’idea di salire in poltrona e offrire le loro bocche a quella specie di streghe aliene vestite di bianco-azzurro, con gli zoccoli verdi ai piedi e una mascherina che nasconde le loro facce. Quando si diffonde la notizia che alla fine della tortura tutti avranno il loro cioccolatino come premio, cominciano a predisporsi al sacrificio senza opporvi resistenza. Anche perché, un’ora prima, nella stanza accanto, io, col copricapo di garza bianca cosparsa di medagliette tintinnanti, che mi faceva sembrare un incrocio tra una donna berbera e la dea Kalì, cercavo di fare la Patch Adams per distrarli prima di mandarli alla tortura.

Adoro le lenticchie

Le lenticchie sono cibo ayurvedico. Con un buon piatto possiamo sostituire la carne. Adoriamo tutte la cucina indiana, una spezia per ogni evenienza, cumino, curcuma, zenzero, cardamono. Stasera abbiamo mangiato una vellutata con riso bollito nel latte e formaggio di bufala fatto con latte andato a male. Abbiamo masticato semi di cardamono per digerire. Digerire l’idea di aver mangiato sotto forma di ricotta, latte andato a male. La figlia del cuoco, Baby, mi aspetta per ballare la ‘bachata’. E ‘il nostro rito dopopasto, per non farci prendere l’abbiocco. Prima di cena, doccia fredda con secchio, un brivido di freschezza. Oggi ho lavato i capelli con la saponetta. Sono un mito. Quando li ho sciacquati, sempre con acqua fredda, erano stecchiti, sembravo un rasta.

Mango Indiano

Colazione da Tiffany. La nostra cucina è fornita di tutto. In un angolo è stipato il grano, che ogni giorno viene macinato dal mulino in acciaio inox. Dall’altra parte della stanza ci sono balle di avena per il nostro porridge alla papaya mattutina e al mango. Sotto i nostri denti ogni tanto scricchiola qualche sostanza aliena. Non capiamo se è sabbia o terra fina arrivata in cucina attraverso il vento. Solo quando vediamo il cuoco lavare i piatti in un secchio con il Vim, senza risciacquo, abbiamo la risposta. Dopo aver fatto le schizzinose per non più di due ore, ci affidiamo a Ganesh, lui ci proteggerà, dal cagotto e da tutto il resto.

Shopping col trattore

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Sono appena passate quaranttore dal nostro arrivo e già mi sento di appartenere da sempre a questa terra così abbondante, così avara. Dura e tenera allo stesso tempo. Dura per il suo clima così estremo, o troppa aridità o troppa pioggia. Non c’è via di mezzo. Di troppo caldo si muore, di troppa pioggia pure, perché le inondazioni sono per l’India come i mercati settimanali, regolari e puntuali, comandate dai monsoni. In questo periodo è tempo di calura, secca, ventosa, polverosa. Tenera per i suoi riti, per la docilità dei suoi abitanti, così devoti e riconoscenti, non solo nei gesti ma anche negli sguardi. Non ci soffermiamo né sui disagi, né sui dolci atteggiamenti di chi ci sta intorno. Per ora, da buoni occidentali, ci concentriamo su quello che dobbiamo ancora fare per completare l’ambulatorio. Prima di tutto una tenda, per non avere spettatori con i nasi appiccicati alle finestre che potrebbero distrarre le nostre odontoiatre. Ci manca anche un frigorifero dove conservare in modo civile medicinali e cibo. Ma quale cibo? La carne non si mangia, il prosciutto ce lo sognamo, il pesce pure e i formaggi li facciamo li per li con il latte che sta andando a male e vengono consumati subito. Il frigo serve solo per colmare la nostalgia dell’occidente mangereccio. Però questo acquisto si deve fare. Chiedo a Cristina a che ora andremo a fare shopping al villaggio vicino e lei mi risponde che dobbiamo aspettare il trattore. Mentre aspettiamo, Raj, il nostro rango superiore, ci dà istruzioni a cui non possiamo disattendere: una volta al villaggio niente foto, non si scende dal trattore perché la gente non è abituata agli alieni. Ma siamo proprio così brutti? No, è solo per evitar loro sbalzi emozionali. Le donne quà, non mostrano i loro volti, li coprono completamente coi veli e non hanno neanche le fessure in corrispondenza degli occhi. Qualche giorno dopo, però, noteremo che le stesse donne che si coprivano il volto pian piano finiscono per mostrarlo con disinvoltura. Gli ultimi giorni, poi si comportavano come le donne napoletane, sorridenti, spiritose e prendendoti a braccetto ti conducevano a casa loro per offrirti un chai e mostrarti con orgoglio la loro casa. Hanno l’allegria dentro e noi le abbiamo aiutate a farla esplodere, assieme alla passionalità comunicativa. Quelle più anziane si ostinano a girare a volto coperto nascondendo con pudore le loro bocche edentule. Lente e rassegnate, popolano strade non strade, solchi di tufo battuti dai dromedari, che hanno il loro stesso portamento, fiero ed elegante. Come le donne, anche i dromedari hanno le cavigliere e a volte anche il piercing e le collanine. Questo fa trasparire che con gli animali gli abitanti hanno un rapporto affettivo molto forte. In fondo, è la loro locomotiva. Gli uomini più ricchi hanno la motocicletta e si portano a spasso le loro donne nel sedile posteriore. L’uomo indossa il casco integrale, loro solo il velo. Questo la dice lunga sul valore che danno alla vita delle donne. Vogliono più bene ai dromedari.

In fila inglese

Dal primo giorno di funzionamento dell’ambulatorio, nel corridoio si sussegue uno sciame di gente colorata. La prima cosa che osservo in loro è il sorriso, a volte devastato da chiazze bianche (fluorite) a volte da chiazze marroni (carie e tabacco) a volte edentulo, senza forma né colore. La gente, in particolare le donne e le bambine, vestono sari decorati. P4220384La vivacità dei colori scelti sembra quasi una reazione alla povertà e alle condizioni minime in cui vivono. Quà, in questo angolo di terra dimenticato da Dio ma popolato da centinaia di altri dei, non c’è economia, se non quella dei campi, delle pecore e dei bufali. Eppure tutti indossano gioielli, pietre preziose, ori e argenti in filigrana. Anche gli anelli alle dita del piede sono comunemente indossati con disinvoltura, spesso imbrattati di sudiciume e terra. Tutti aspettano con pacato silenzio il loro turno, anche se un giorno ho assistito ad una scaramuccia fra due uomini che si contendenvano la precedenza. Mi incanto a guardare i loro occhi, il cui nero è accentuato dal kajal che indistintamente vedo anche negli occhi dei bambini, degli anziani, degli uomini. Quel corridoio ventoso, dove di notte allunghiamo un filo per stendere i nostri bucati, ha una rampa di scale che porta direttamente sul tetto a terrazza; c’è uno squarcio di cielo che si può osservare di giorno e di notte. Al mattino è popolato di uccelli che spesso fanno i loro bisogni sui nostri vestiti ancora umidi.Alle sette del mattino, in questo corridoio, c’è il mondo che ci aspetta, c’è la natura intera. La terra rossa che penetra dalle fessure e dalle finestre, i chicchi di grano provenienti dall’angolo della cucina dove è stipato a forma di piccola duna. Gli uccelli più strani che a volte finiscono il loro volo contro la parete. Quà ogni mattino è uno scenario, uno scambio di vibrazioni intenso. Dopo qualche giorno siamo in grado di pronunciare ‘Namasté’ nel tono giusto. Con dolcezza, umiltà e magari un po’ di luce. Dire Namasté è come maneggiare un oggetto di cristallo. Bisogna farlo con delicatezza, dice Raj. Questo è necessario affinché essi lo percepiscano nel suo significato più profondo, altrimenti potrebbe sembrare una parola che non appartiene nemmeno alla loro lingua. Abbiamo molto da imparare. Raj, insegnaci ad essere un po’ più indiani, nel nostro modo di affrontare il mondo, di scoprirlo e di viverlo. Namasté è un saluto fra anime, fra due budda interiori, fra due entità divine annidate nei nostri cuori.

L’alba indiana

Lei non aspetta, o la cogli al volo o non la ritrovi più fino al giorno dopo. Oggi l’ho persa. La mia predisposizione alla pigrizia aumenta e ogni giorno divento sempre più indiana, tutto è più lento, anche il risveglio. Ho perso un’emozione e ne ho trovata un’altra più grande. L’arrivo degli attesi ‘angeli nel mondo’, giunti da Roma: Luca Roberto Gabriella Cinzia Mimma. Anche loro in missione. Con loro partirò per il Golfo del Bengala, destinazione Cuttack- Duburi-Puri. Oggi è arrivata assieme a loro una ventata di energia romanesca. Stasera si mangia italiano, Gabriella è attrezzatissima, munita di spaghetti, pesto genovese e tante stoviglie usa e getta. Prevenire è meglio che curare, dice lei. Confermo e approvo. Amo tanto il cibo speziato indiano ma la pasta è sempre la mia nostalgia quando viaggio. La serata dovrà essere un gala’ celebrativo di questa patnership di cuori meravigliosi , un gemellaggio culinario tra India e Italia. Una serata di allegria condita con una bottiglia di rhum che ci farà vedere meglio le stelle, la luna calante. Così potente quel rhum… a qualcuno è apparso Padre Pio, a qualcuno Berlusconi. Dovrà essere il momento dello scambio, del confronto, delle riflessioni serie e propositive, condite anche da spirito goliardico, autoironia e giocosità. In attesa della cena la terrazza che accoglie tra le sue braccia tutti noi che restiamo incantati dal cielo del Rajastan, si trasforma in beauty farm. Una specie di baratto di talenti. Cristina che durante il giorno ha ‘tirato il cosiddetto carretto’ visitando – estraendo e curando più di cinquanta persone, è la più coccolata. Appena si siede ci sono già due massaggiatori ai suoi piedi(Raj e Claudia). Ci imbrattiamo di argilla ‘multani’ una specialità che rende la pelle di velluto ed è un piacere massaggiarsela addosso impastata con acqua. Per qualche minuto mi stendo nella branda, guardo il cielo spruzzato di luci e sorrido pensando che i bambini, al mattino, mi chiamano ‘teacher’ e al pomeriggio mi chiamano ‘doctor’ . P4170318Non vorrei mandarli in confusione. Gli insegnanti ufficiali si sentono già defenestrati ma felici. Al mattino fanno le chiacchiere davanti al tempietto di Ganesh mentre io salgo in cattedra e dirigo l’orchestra in aula, distribuendo mozziconi di matite e scrivendo alla lavagna lezioncine tematiche. Il pomeriggio, sempre vestita di bianco, faccio finta di fare l’infermiera nell’ambulatorio ma poi non resisto più di tanto. Faccio solo prestazioni occasionali e sporadiche nei momenti di black out. Il massimo che possa fare è reggere la pila e lavare gli strumenti. Ogni giorno, per caricarmi di energia e volontà, salgo in terrazza, poco dopo d’alba, a fare i cinque riti tibetani. Quando entro in aula i bimbi mi imitano e mostrano di saperli fare anche loro. Dal campetto davanti la scuola, infatti, mentre dicono le preghiere del mattino tutti in file squadrate come piccoli militari in divisa, guardano in alto allungando il collo, curiosi.

Mattino vagabondo

Questa giornata calda si presta all’ozio. Il termometro registra quaranta gradi all’ombra. Cristina e Giselda rimangono in ambulatorio, io e Claudia, che non siamo indispensabili, decidiamo di fare le turiste per qualche ora. Il cammelliere ci aspetta con un carretto pronto, guidato da un dromedario pimpante e con un autostima senza pari. Ha il portamento nobile di un ballerino di danza classica. E scalpita impaziente con le sue zampe posteriori ornate di cavigliere e campanellini. Percorriamo un sentiero polveroso che al passaggio del carretto diventa una nuvola color ocra. Raj ci ha raccomandato di coprirci dal sole cocente e dalla polvere. Io obbedisco perché sono a rischio allergie, lascio solo uno squarcio davanti agli occhi per ammirare questo paesaggio pietroso, desolato, punteggiato da capanne di sterco e paglia sparse sulla vasta pianura , davanti alle quali c’è sempre qualche capra o un ‘bopalo’ ovvero, ‘un bufalo’. Parlare indi per noi è impossibile ma lo è altrettanto capire la pronuncia di un indiano che parla inglese. Sfoderiamo tutta la nostra creatività e fantasia e dopo un po’ capiamo che quello che loro chiamano ‘bopalo’ non è altro che il bufalo, animale meno prezioso della mucca ma con un latte di prestigio da cui si ricava un nobile ‘lassi’. Le due donne più intraprendenti del villaggio, quelle che dopo esser state qualche giorno a contatto con noi da timide e chiuse hanno acquisito il temperamento da ‘napoletane veraci’ : chiacchierone, sorridenti e generose. Vestite con i loro Sari colorati e imbelletate con kajal, porpora e argenti, salgono con noi sul carretto assieme ai loro figli e improvvisano un canto lamentoso con la gioia e la luce negli occhi. Noi, di rimando, invitate da loro in un idioma incomprensibile ma intuibile, cantiamo ‘o sole mio’ ‘volare’ e a grande richiesta di Luca e Roberto, ‘Roma capoccia’. Io volevo cantare Romagna mia ma ero in minoranza e sono stata zitta, lasciando l’energia allo sguardo che guardava lontano verso la meta, una montagna sacra, dove un tempio di dei sconosciuti ci aspettava, a patto che saremmo saliti adagio ed entrati a piedi scalzi, sotto il sole così incandescente che poteva cuocere un ‘bopalo’ vivo nell’arco di mezzora.

Un po’ quà, un po’ là

Oggi il gruppo si divide. C’è ancora tanto da fare a Motuka village e ogni giorno la fila di gente che aspetta fuori dall’ambulatorio è sempre più lunga. Rimangono Cristina, Giselda, Claudia. Partono per l’Orissa Luca, Roberto Grabiella Mimma Cinzia Cleo. Destinazione Cuttack-Duburi-Puri. All’aereoporto di Bubaneshwar ci aspettano due jeep con due autisti un po’ misteriosi. Sorridono sornioni al nostro arrivo. Ho già visto che anche loro hanno la fluorite (presto mi daranno la laurea ad honorem in odontaiatria). Non sono certo bocche da biaciare. DSCN0602Sembrano mangiatori di liquerizia, il marrone prevale sul bianco di quelli che un tempo erano denti sani. Adesso sembrano bastoncini corrosi dai tarli. I due ‘gentlemen’ parlano un inglese strano, ci vuole un’interprete per capirli. Dopo un’ora capiamo che fanno i finti tonti. Hanno assaporato l’odore dell’euro. Ai loro occhi sembriamo tanti Rockfeller e loro ci chiedono spesso rupie per fare il pieno anche quando il serbatorio tracima. Per i primi cento chilometri stiamo al gioco poi ci ribelliamo. Prima di allungare l’ennesima banconota controlliamo il livello del serbatoio e anche senza parlare facciamo capire che non siamo fessi. I patti chiari all’inizio hanno fatto l’amicizia lunga. Visitiamo in giornata con grande emozione l’orfanotrofio di Cuttack gestito da Mr Antony, un laico in pareo che ci accoglie con grande sorriso assieme a una ventina di bambini di tutte le età. Tutti sono orfani o bambini abbandonati per strada e sono accuditi da ragazze del villaggio vicino. Il luogo è accogliente. Roberto mi spiega che due anni fa c’erano all’ingresso fogne a cielo aperto e la struttura era fatiscente. Adesso sembra un piccolo paradiso, grazie agli angeli romani approdati là non per caso ma per amore.

Duburi

Ci accoglie il sorriso di padre Joseph e il profumo di gelsomino e di fiori di arancio. Il percorso in jeep fra le strade sconquassate dell’Orissa non è per niente facile. Nella zona è in atto una rivolta dei contadini che finora , ci dicono, ha fatto venti vittime. Lo stato ha venduto, a prezzi esorbitanti, dei terreni appartenenti a piccoli proprietari ad una compagnia che attua speculazioni. Le terre sono state espropriate pagandole una miseria. I contadini rivendicano un risarcimento maggiore scatenando una rivolta ad oltranza. Mi sento in pericolo e instauro subito un dialogo con il budda che è in me, chiedendo il suo sostegno. Strade sbarrate con grosse pietre ci costringono a cambiare rotta, trovare delle alternative tra i sentieri sterrati. Di lì a poco, per fortuna o per merito, arriviamo a Duburi. Da lontano vediamo la piccola oasi nata intorno all’Ostello gestito da padre Joseph dove è annessa una chiesa, un fisher point e un ospedaletto ancora da completare. Quà l’opera dei nostri angeli ha fatto miracoli. E ne farà ancora, con la collaborazione della W.A.F. (world assistance foundation) presieduta dalla grande Mirella. Duburi è un esempio perfetto di sinergie fra diversi esempi di volontariato. Quà c’è l’incontro e l’integrazione di talenti: chi procura il denaro tramite diverse iniziative e sponsorizzazioni, chi procura risorse umane operative, chi fa formazione, chi prega, chi ringrazia, chi rema contro. Padre Joseph si trova nel crocevia , nell’estuario tortuoso di un fiume. Non sa che pesci prendere. Poi spiegherò perché. Padre Joseph è una sagoma, una macchietta. Un buon uomo un po’ scaltro, un po’ tenero, un po’ pasticcione. Lui è il terrore di Gabriella perché si attacca a tutte le bottiglie che trova. E Gabriella di nascosto, passa la amuchina in gel su tutto quello che lui tocca. Forse si attacca alle bottiglie sperando di trovare qualche bibita alcolica, per stordirsi e dimenticare.. Lui vittima dell’atteggiamento grintoso e gonfio di potere della suora tuttofare, di cui non ricordo il nome, dallo sguardo malefico che ricorda una strega in procinto di farti il malocchio. Tocchiamo tutti ferro. Lei sostiene che l’ospedale (il cui progetto è nato con tale finalità) dovrebbe restare così com’è, una grande community hall. Per questo motivo i lavori non sono andati avanti. E’ già arrivato il riunito per l’ambulatorio dentistico e ancora non sono finiti i lavori di divisione interna. Mancano le prese elettriche e gli scarichi. Non è stato fatto niente di quanto era stato programmato rispetto all’ultimo incontro. Luca scalpita. Urge un meeting.

Noi siamo gli alieni che arrivano come babbi natale carichi di doni, siamo l’apparizione che porta il sorriso e poi sparisce, come per far capire che un altro mondo è possibile. E tra una apparizione e l’altra si può vivere con un po’ di speranza nell’amore universale, che ci ha portato quì, anziché altrove. Come in un gioco di coincidenze e possibilità. Questo ospedaletto s’à da fare, parola di Luca, il nostro arcangelo. Padre Joseph si trova ora fra l’incudine e il martello. L”incudine è la suora capoccia, il martello è Luca. Non siamo quà per servire qualsiasi religione. Siamo quà per aiutare una comunità, che in questo momento ha più bisogno di curare il corpo che l’anima. Quando il corpo è sano l’anima sta bene di riflesso e un ambulatorio dentistico , una sala parto o first aid all è più utile dell’ambita community hall. Ad un tratto mi viene una illuminazione. Urge un accordo, immediato, una specie di verbale o compromesso. Non sono un notaio ma in questo momento faccio il mio meglio per esserlo. Una breve consultazione fra angeli sortisce un ‘sì’ , sottoscriviamo tra le parti un accordo informale, così la prossima volta sapremo da dove dobbiamo ricominciare. Un quarto d’ora di lascia o raddoppia, un ultimatum del tipo ‘prendere o lasciare’. Decisione entro un quarto d’ora. Questo è il messaggio chiaro e inequivocabile che Luca mi suggerisce di tradurre per padre Joseph, il quale sempre più stretto fra l’incudine e il martello, sceglie il martello. Ovvero sceglie di continuare nel completamento dell’ospedale, di impegnarsi a portare avanti i lavori come da progetto iniziale. Il vescovo non me ne voglia. In questo momento lo stiamo sostituendo. Nel gioco di ruoli, molto ma molto seri, io sono il notaio, padre Joseph il vescovo, Luca l’imprenditore, lo sponsor filantropo che rappresenta le due associazioni finanziatrici, Giselda firma per ‘smile mission’ e dopo due ore di stesura dell’accordo, padre Joseph DSCN0291si misura la pressione del sangue, prima di firmare diventa ancora più rosso e suda e suda. Forse pensa che la suora capoccia possa rimproverarlo a morte, ma lui da segno di grande dignità e firma dopo aver letto e riletto il testo, ideato dalla sottoscritta dopo un colpo di sole e quarantacinque gradi all’ombra, tasso di umidità ottantapercento, camicia di lino bianco, fiori arancioni tra i capelli.

Datemi un biberon di latte di cocco

Quando giro per villaggi mi sembra di essere dentro a un documentario. Un incrocio tra quark e alle falde del kilimangiaro. Io, metà Licia Colò, metà reporter del National Geographic, e anche un pochino Maria Teresa. Tante anime tra capanne di sterco e paglia, sotto le palme giganti agitate da un vento caldo come il soffio di un phon. Quà si mangia per vivere e si vive per mangiare. Si ozia, si prega, si sorride alla vita rincorrendo una capra o arrampicandosi ad un albero per carpire una noce di cocco da offrire agli ospiti. Nel villaggio c’è una specie di stagno con acqua verdognola, piena di muschio. DSCN0425Un ragazzino si è tuffato dentro. Simula un nuoto statico agitando le sue braccia e le gambe in mezzo a un esercito di germi agguerriti.Quà non esistono i bisogni partoriti dalla globalizzazione. Serve poco anche il denaro. E quello che offre questo lembo di terra appartiene a tutti. Anche a noi ospiti che siamo giunti in questo posto per portare cose materiali ma anche qualche lettera d’amore dall’Italia, per i bambini e le famiglie adottate. Tutti salutano con devozione pronunciando ‘namaskar’ con un sorriso appena accennato e occhi socchiusi. Questo è il loro omaggio per noi, assieme alla noce di cocco spaccata che ci offrono come se fosse una calice per consumare una cerimonia di comunione. Si alternano per più di mezzora fra un albero e un altro arrampicandosi come scimmie da circo e lanciano noci a volontà a qualcuno che sotto di loro è pronto a spaccarle con una pietra e scarnirne la polpa. Oggi il cocco è la nostra medicina. Ci stiamo disidratando. Nonostante la colozione con ceci, cipolla, curcuma e cumino. Il caldo è insopportabile, verso mezzogiorno, a prova di morte. Siamo storditi. L’assetto logistico di questo villaggio mi fa pensare ad un paese rurale in cui la gente ha una forma di vita sociale attiva. C’è un’area libera, uno spazio comune che è diventato un agorà dove ognuno sente il senso di appartenenza a un gruppo, anche quando vi si trova da solo. Sorrisi sgangherati ci inseguono e accolgono ad ogni angolo come se fossimo divinità. Ci fermiamo vicino una capanna dove alcuni scolari iniziano dei canti che si trasformano in un altro benvenuto. Siamo davanti ad un tempietto composto da una specie di croce davanti la quale c’è una ciotola con dell’acqua. Io chiedo perché. Uno di loro mi risponde: “se Dio ha sete, può venire a bere qui”.

I padri di Puri

L’epitome di un viaggio-missione in India è la visita al lebbrosario. Io pensavo che queste cose esistessero solo nei film, oppure facessero parte del passato. Mi viene in mente il ‘diario de motocicleta’ del Che, quando parlava di lebbrosario nell’Isola di Pasqua. Mi viene in mente Maria Teresa di Calcutta quando all’interno di qualche vecchio documentario mostrava il suo sorriso misericordioso in mezzo ai lebbrosi della sua India. Ma non avrei immaginato di vedere lebbrosi dal vivo. E’ stata una esperienza forte, toccante. I lebbrosi non hanno piedi ma solo mozziconi bendati. All’interno del villaggio-aparthaid c’è l’ospedaletto, l’ambulatorio odontoiatrico, e un laboratorio dove un calzolaio produce sandali con coppertoni di auto usati.. Anche quà, nonostante sia un focolaio sempre acceso di sofferenze fisiche, le miserie umane, non mancano di manifestarsi. Assistiamo, stupiti, a una rissa con lancio della stampella. Padre Marian, sorride, e prende atto che le pecorelle smarrite, a volte, smarriscono a causa del troppo dolore, e pur non giustificando le piccole manifestazioni di violenza, istiga alla compassione incondizionata.

Un altro padre mi si avvicina e riferisce che gli aiuti che arrivano dall’Italia non sono sufficienti ad affrontare tutte le esigenze del villaggio. Alzo i miei occhi diretti nei suoi e cerco di rispondere senza parlare, perché sono occupata da un ricordo che mi sta affiorando all’improvviso con una immagine. Durante la messa dello scorso Natale, don Marco, il mio padre spirituale riminese, disse a noi che ascoltavamo: “quando ci sembra di non avere abbastanza, faremmo bene a ringraziare Dio per il piatto di fagioli che abbiamo già, piuttosto che lamentarci chiedendogli la bistecca”. Questo ricordo si è subito tradotto in parole, rivolte a lui, che forse ha capito di aver manifestato una forma di ingratitudine. Ha capito che tutto il meglio che si sarebbe potuto fare, è già stato fatto, grazie a tante forze, talenti e cuori messi insieme. Un devoto ‘namaskar’ ha sigillato la fine di quella breve conversazione… era l’ultimo giorno prima del ritorno a casa.

Per chi è interessato al volontariato in India o alle adozioni a distanza

www.ilmurodelsorriso.org