Perù

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Perù randagio

“Odore di umidità, di sole che suda, di luna che piange, di colori che stordiscono,

come il rumore del Rio Sagrado”. Ogni decollo è un’emozione che sa di paura e non di sorrisi.

Le montagne sotto di noi sono narcisi che si specchiano al sole, alimentando il loro ego

Sono pensieri tormentosi che si rivelano, frugati dai nostri occhi indiscreti”

Febbraio 2003. Siamo in sei. Tre membri del gruppo Marocco 2002, decidono di riunirsi per un altro viaggio insieme. Imitiamo l’itinerario di avventure nel mondo, spendendo la metà. Da quel momento ci autodefiniamo, su suggerimento di Andrea II, ‘gruppo braccine corte’. In realtà Sabrina ed io, le altre due del nucleo Marocco, quando viaggiamo non badiamo a spese. In queste prime esperienze di ‘avventure finte’ abbiamo ancora l’indole del ‘turista’ che vuole i suoi agi anche in vacanza e possibilmente previene tutti gli imprevisti per non lasciare niente a ‘casi’ sgradevoli. Ci lasciamo, quindi, guidare dalla taccagnaggine di Andrea che ad ogni piccola spesa sembra voglia fare una gara d’appalto e scegliere l’acquisto più economicamente conveniente, fregandosene del rapporto ‘qualità prezzo’. L’ossessione del risparmio alimenta in Andrea la speranza di reivestire le minori spese, in un altro biglietto aereo,  con destinazione ancora sconosciuta.

Grazie alle buone pubbliche relazioni di Andrea il nostro trio è diventato un sestetto, come già annunciato: condividono con noi l’avventura Perù , Ermanno, Roberto e Cristina., detta Spice Girl, per i suoi capelli rosso fuoco e quell’aria rockettara espressa in ogni situazione. L’incontro avviene all’aereoporto di Malpensa. E’ un acquisto a scatola chiusa in quanto Sabrina ed io non conosciamo i tre nuovi compagni di viaggio.

Per cominciare a svelarci giochiamo un po’ descrivendo cosa abbiamo messo in valigia. La personalità di ognuno emerge dalle scelte del contenuto del proprio bagaglio. La mia indole di ‘psicologa’ non ha dubbi. E’ un bel test. Peccato che qualsiasi cosa emerga dalla verifica, ormai, tutto è deciso e si parte comunque insieme, salvo aggiustamenti cammin facendo.

Le paure, le aspettative, le paranoie, i desideri di ognuno si esprimono attraverso le cose che abbiamo scelto di portarci appresso. Roberto, uno dei tre hombres, è abituato a viaggiare, soprattutto in oriente, dove la diarrea del viaggiatore non è una probabilità ma una certezza. Ha portato nel suo ampio zaino un piccolo catino per farsi il bidet e il bucato, quantità industriali di napisan e la convinzione che se la farà addosso non appena ingurgiterà cibo alieno. La ‘Spice girl’ diventata nel frattempo Piriquita’ dopo qualche giorno, nonostante l’aspetto da cantante scatenata dai capelli color fuoco, ha rivelato subito l’indole della casalinga. Nel suo zaino abbondano mollette, fili per stender panni, filo e ago per cucire, una varietà di detersivi e antidiarroici. Cristina e Roberto, dunque, rappresentano la coppia ben integrata. Lei è un’ottimista (pensa di risolvere le turbolenze intestinali con il bimixin, mentre lui è già rassegnato a farsela addosso). Ancora non sa che, nei casi in cui riuscirà a raggiungere il bagno per le sue evacuazioni, queste gireranno a lungo, in senso antiorario, una volga tirato lo sciacquone. Per una questione di forza di gravità, in sud America succede così. Oppure in situazioni peggiori, quando finalmente riuscirà  a raggiungere, correndo,  il bagno più vicino, dovrà trattenerla dolorosamente perché sul water c’è una scritta ben sottolineata che raccomanda: ‘solo para orina’.

Ermanno non si sta rivelando troppo. Dal primo momento mi è sembrato un po’ timido e introverso. Le persone chiuse a volte nascondono perversità o mancanza di autostima. Chissà quali saranno i suoi desideri, le sue paure, le sue paranoie. Ho pochi elementi per psicoanalizzarlo e questo mi turba un po’.

Andrea, invece, lo conosciamo tutti. Cosa rimane da scoprire del suo universo mentale ed emotivo? Un piccolo coltello serramanico che spunta dal marsupio ci fa intuire che per salvare i suoi dollari ancora non tradotti in ‘soles’ è pronto a difendersi da qualsiasi ladrone peruano gli si avvicini. I suoi desideri? Risparmiare il più possibile: nei ristoranti, a costo di prendersi il cagotto, negli ostelli, a costo di esser invaso da bed-bugs, per le scarse condizioni igieniche. Sui bus, scegliendo compagnie di trasporto promiscue (animali e umani) con alla guida autisti alcolizzati, che guidano mentre fanno pet-terapy accarezzando un pollo.

La Sabrina, dal Marocco al Perù, ha fatto un cambiamento radicale. La maestrina è diventata generale. Comanda sempre lei. Io e Andrea non la riconosciamo più. E gli altri non sanno fino a che punto reggeranno la convivenza con questa donna terribile’. E’ sempre lei ad imporre le scelte anziché concertarle col resto del gruppo. Lei pretende di alloggiare in alberghi con acqua calda , bere l’aperitivo in luogo panoramico, come fa di solito a casa, e colazione a base di latticini. Senza latte, la sua vita è un inferno. Ognuno ha le sue dipendenze, l’importante è non imporle agli altri. Analizzando i suoi capricci, sembrerebbe una figlia unica, o una single dal ph troppo acido.

E di me, cosa dire? Aspetto che lo dicano gli altri. Nel mio zaino ho sempre le solite cose, scarponi da trekking, giacca a vento per escursioni termiche, un minimo di dieci creme per ogni situazione, dalla prevenzione delle scottature all’antirughe. Ho capi di vestiario trivalenti: vestiti da sera che posson esser usati come camicie da notte, tuta casual che diventa pigiama nelle notti fredde. Babbucce che posson esser ciabatte da camera o accessorio al vestito da sera.

Non ho antidiarroici ma prugne california. I viaggi rallentano le mie peristalsi intestinali e nel caso in cui non funzioni la papaia, c’è sempre una prugna a salvare la situazione.

Emozionalmente parlando sono una debole, gli imprevisti mi inquietano ma provo a non pensarci. E così gioco a fare ‘l’altro gallo nel pollaio’ (il gallo numero uno è Sabrina). A volte gioco a fare la ‘gallina che fa buon brodo’. A volte gioco e basta. Per smorzare le ansie nei confronti dei misteri che ci aspettano. Durante il viaggio emerge quello che ancora non sappiamo di noi. Questa consapevolezza ci spaventa come l’idea di un terremoto o di una inondazione.

L’aereo parte. L’assegnazione dei posti è fortuita al momento del check in ed ha determinato la vicinanza di Andrea con Ermanno. Tale evenienza, sette ore più tardi, ha prodotto due alcolisti anonimi. Tutto quello che è gratis non ha limiti per Andrea, che ne approfitta fino a soccombere. Ermanno, naturalmente ha offerto la sua complicità e dopo il settimo whisky, oltre a vincere vigliaccamente la paura dell’aereo, che non diminuisce ad ogni esperienza ma sembra rafforzarsi, ha persino dimenticato con chi sta viaggiando. Noi, i quattro viaggiatori sobri del gruppo, a nostra volta, li abbiamo ignorati e trattati come sconosciuti ai quali avremmo voluto dire ‘shame on you’= vergognatevi.

L’aereo atterra, e quei pochi italiani applaudono. Non c’è niente da applaudire: il volo è stato terribile. Ogni tremore dovuto a vuoti d’aria ci ha fatto venire in mente il film ‘i sopravvissuti delle ande’ con attivazione di panico immediato e occhi sbarrati con un punto interrogativo in mezzo alle pupille. Per la prima volta, inoltre, ho provato un dolore tremendo alle orecchie, come se la decompressione stesse per farmi scoppiare il cervello. Negli aeroporti di partenza si sperimenta sempre l’euforia, in quelli di arrivo, la devastazione. Soprattutto perché dal momento in cui si mette piede sul territorio straniero prescelto, sappiamo con certezza quello che potrebbe succederci. La nostra forma pensiero lo fa accadere, con la precisione di un orologio svizzero. Avevamo paura dei ladroni e dei furti. I ladroni ci stavano aspettando, in una strada di Lima, a due passi dalla Cattedrale. Nell’avvicinarci a piedi, non lontani dall’albergo, la Sabrina, la preda del gruppo più visibilmente innocua, sguardo angelico e aria ingenua, senza difese, indossava uno swatch –volutamente – perché consapevole del suo scarso valore . Ma il ladrone non ha risparmiato nemmeno quello. Tutto ciò che si può rubare va bene. Questo è un paese disperato. La ‘maestrina’, pronta di riflessi, non contando sull’aiuto degli uomini del gruppo, per una difesa simultanea tipo guardie del corpo, ha provveduto a graffiare a sangue il ladrone e metterlo in fuga snocciolando imprecazioni  non traducibili.

Per rifarci dallo spavento siamo entrati nella Cattedrale a depositare le nostre palpitazioni e le nostre preghiere, affinché il resto di questo viaggio non sia così ad alta tensione come nelle prime ore di permanenza.

La Cattedrale diventa subito un rifugio, poi una guida molto preparata trasforma questo luogo in uno spazio culturale dove apprendiamo molto sulle vicende storiche di questo paese. In fondo, siamo qui anche per questo. Se volevamo solo riposo saremmo andati alle Maldive.

Francesco Pizarro, il conquistatore del Perù, ha guadagnato il suo spazio funerario nella Cattedrale. Non era un papa, né un poeta. Era un devastatore con deliri di onnipotenza. Qualcuno lo paragona ironicamente al Berlusca. Personalmente mi astengo dal fare commenti. Mi limito a sorridere. Il Pisarro ha segnato con la sua invasione la caduta dell’impero Inca nel 1535 d.c. La prima città fondata fu Piura.

Era un guerriero analfabeta e firmava solamente facendo la croce. Ma seppe sbaragliare l’impero Inca con la sua determinazione. In Perù, grazie a lui, venne introdotto il cavallo, animale sconosciuto prima della conquista spagnola.

I Peruani ci invidiano un po’ perché a loro è toccato il Francesco cattivo, che nonostante tutto, hanno seppellito nella cattedrale come se fosse un re. A noi è toccato il Francesco buono, quello che parlava agli uccelli, predicava scalzo e non ha mai montato un cavallo. E chissà dove l’hanno seppellito!

Prima dell’arrivo degli spagnoli e della evangelizzazione, i campesini Inca adoravano il sole, la Pacha Mama e la luna. Il Cristo che viene rappresentato nelle loro chiese è l’immagine flagellata di un Cristo interpretato dalla sofferenza dei Peruani che in quel modo esprimevano il dolore per l’oppressione e la tristezza per la rinuncia ai loro Dei, molto più tangibili.

Gli angeli dalle ali nere forse sono il simbolo del rifiuto del nuovo Dio, mentre Manuelito, vestito di azzurro e biondo dorato, è l’icona modificata del Sole.

La Pacha Mama sostituisce la Madonna. E’ vestita di rosso con la sagoma di una montagna (sembra che sotto l’ampio abito indossi i tacchi a spillo). Una madonna in carriera, senza figlio, capelli quasi rasta e trucco forte.

Il Cristo sulla croce, invece, sembra un adulto coi calzoncini corti, appena caduto dalla bicicletta (ha le ginocchia tutte scorticate e sanguinanti). Queste immagini ci stanno destabilizzando. Non sappiamo più a che Dio credere.

Da Lima ci spostammo in autobus, felici di esser ancora intatti, di non aver subito danni, e curiosi di proseguire alla scoperta delle Ande e dintorni.Donne fuori dalla chiesa di Chincheros Pisco fu la prima tappa dopo un giorno intero passato ‘on the road’.

Il nostro cassiere ha optato per dormire all’Hotel Jorge, dopo aver fatto una gara al ribasso tra i campesini gestori di hostelli. Tanti ci attendevano alla fermata del bus lanciando offerte come se fossero pepite d’oro. Sembravano zingari in attesa di elemosine.

Credo che quell’hotel non avesse nemmeno una stella. Il generale Sabrina non era d’accordo sulla scelta ma  ha dovuto cedere alla convenienza rinunciando al confort.

Dovevamo decidere se fare la doccia tirandoci addosso l’acqua coi secchi, o restare sudici ancora per un giorno. All’unanimità abbiamo assecondato le scelte di Andrea, dopo aver visto il suo sguardo godere in maniera perversa per quell’ ennesimo risparmio. In fondo si pagavan solo 10 soles. Cosa potevamo pretendere dopo aver viaggiato con un bus della linea ‘Ormeno…? Ci sentivamo davvero poveri.

Di giorno viaggiavamo coi polli , di notte… a letto con le galline, ma questo non pregiudicava la nostra felicità viaggiante. Viva la precarietà! Viva il viaggio del viandante, un giorno qui, un giorno qua, un giorno quo vadis….

Al mattino del giorno dopo ci aspettavano le Isole BallestasFoche, di un fetore unico e nemmeno tanto belle dal punto di vista paesaggistico. Sono famose per le colonie di leoni marini e di pinguini che vi abitano, depositando gli escrementi più preziosi del mondo. Li vendono a 700 dollari a tonnellata perché  son considerati un concime raro. L’escursione non mi ha entusiasmato, anzi, è terminata con un senso di nausea per il mare mosso e la puzza che avrebbe piegato in due anche un cinghiale.

Tappa successiva , linee di Nasca, un fenomeno extraterrestre. ExtraterrestreDall’alto del piccolo aereo da turismo si potevan vedere dei disegni rappresentanti simboli di cui non voglio parlare per non diventare noiosa. Chi vuol saperne di più cerchi su google.

Dopo il volo Ermanno è stato denominato ‘oreja cocida’. Aveva perso l’udito e i padiglioni erano fosforescenti, quasi dilatati. Avrebbe potuto spiccare il volo solo con n battito d’orecchi. Sembrava appena uscito dalla galleria del vento…

Nel pomeriggio, nonostante il suo sfinimento, l’abbiamo trascinato nell’area desertica del cimitero di Chauchilla, per addentrarci tra rovine e corpi mummificati in posizione fetale (pronti per una nuova rinascita). Ermanno li guardava estasiato e pieno di speranza. Le mummie della gente comune avevano i capelli fino all’omero, quelle più importanti (i vip) portavano capelli lunghi fino alle ginocchia. Il metodo di imbalsamazione risale alle culture pre-Inca. I Paracas erano i migliori, anche nella trapanazione del cranio, mentre i maggiori esperti della ‘trapanazione’ della mujera erano i Wari (per questo avevano un numero considerevole di figli – ogni trapanata era una covata, come si usa dire nell’ambito dei ciellini che non prendono anticoncezionali). Tutti gli uomini del gruppo ‘braccine corte’ desiderarono improvvisamente essere eredi dei Wari.

Abbiamo imparato dalla guida che il Pejote è contenuto in un tipo di cactus ed era permesso solo agli sciamani, allo scopo di farli connettere con coscienze superiori e individuare meglio le malattie di coloro che dovevano essere curati.

La trapanazione del cranio veniva effettuata a volte per cercare corpi estranei dopo una battaglia ma anche per individuare certe malattie. Per questa operazione si usava il ‘tumi’ (arnese a forma di mezzaluna utilizzato come strumento chirurgico, arma da guerra e per cerimonie). Veniva poi riparato il buco con oro e argento nelle persone ricche e con involucro di zucca (parte più legnosa) nelle persone povere.

Dopo la triste parentesi macabro-funebre di Chauchilla ci siamo spostati verso Arequipa,S Catalina Arequipa proseguendo gradualmente verso i 4000 metri di altitudine e preparandoci a colpi di tazze di mate di coca, che, secondo la tradizione, aiutano a sopportare meglio i malesseri del clima da montagna con aria rarefatta. Poi nell’itinerario che ci portava verso il Colka Kanion per l’avvistamento del volo del condor, abbiamo fatto sosta termale a ChivayTerme di Chivay, immergendo le nostre stanchezze nell’agua caliente di una piscina sotto le stelle. Il viaggio con bus Ormero extra lusso non ci ha risparmiato la fatica di otto ore di sobbalzi in strade sconnesse e senza guard-rail, i cui bordi erano sempre più punteggiati da croci che segnalavano avvenuti incidenti con morto. La cosa non era rassicurante e ad ogni curva ci sembrava che quelle croci avrebbero potuto aumentare. Con la gelida sensazione che presto ci saremmo annoverati  tra i cadaveri più recenti, da seppellire come tanti militi ignoti. Neanche la distrazione-tormentone di cumbie e allusioni al ‘condor pasa’,Condor che in realtà non si sapeva né quando, né dove, avrebbe potuto placare le nostre inquietudini. Al contrario, il prender sempre più quota, precisamente mt 3895, dove si trovava il Mirador de la Cruz del Condor, ha scatenato una serie di disturbi in tutti noi. La sintomatologia variava dalla tachicardia della sottoscritta, all’emicrania tremenda di Sabrina, al cagotto di Andrea, all’oreja sempre più ‘cocida’ di Ermanno, al vaneggiare di Roberto che si credeva un guerriero Paracas e della Spice girl Cristina, che a un certo punto era convinta di esser in Amazzonia e di aver subito il morso di un serpente.

Lo stordimento collettivo di quel giorno tremendo ci faceva sentire tutti come se avessimo mangiato il pejote e il viaggio sembrava un’escursione dei protagonisti del film ‘qualcuno volò sul nido del cuculo’. Non sapevamo più chi eravamo e se saremmo mai tornati a casa.

Più tardi, incontrando delle mucche per strada, coi palloncini sulle corna, ho scritto una poesia. Mi sentivo un poeta maledetto in preda all’effetto ‘assenzio’:

“La mucca mi passa accanto, guardando con occhi di sfida. E’ orgogliosa delle sue corna, mimetizzate da palloncini colorati.  Fiera del suo carnevale, è pronta, come una vera donna, a sbocciare alla prossima finta primavera, e ad aggiungere palloncini colorati alle sue corna, nel frattempo moltiplicate…”Mucche di Carnevale

Il 28 febbraio partimmo per Puno, porto principale di accesso  al lago Titicaca. Questo angolo divino sembra catapultarci in tempi passati o in dimensioni da sogno. Ci fermiamo alle Isole Huros, fatte di paglia, galleggianti (2 metri di strato su un metro e mezzo di radice fluttuante). Devono sempre rimanere staccate dal suolo perché si possano adeguare meglio al livello dell’acqua variabile, che si alza d’estate e si abbassa d’inverno con l’evaporazione. La tradizione vuole che ogni uomo Huro che si sposa deve costruire una nuova isoletta. La principale attività è la pesca. Pescano per vendere, per consumare e per barattare. L’idioma parlato è l’Aimara ed è solo parlato, come il Quechua. Esiste solo tradizione orale.

Le isole sono al momento 22, fino al prossimo matrimonio. Il lago è balneabile ma freddo. Puno è  considerata una piccola Svizzera perché ha tre aree linguistiche: spagnola, quechua,, aimara.

I pesci del Titicaca sono il karachi, il mauri e il suchi. Inoltre dall’Argentina è stato importato il pyrrey e dal Canada la trucha. Il lago è di origine glaciale, profondo da 5 a 25 mt. Vi sono 36 isole naturali tra cui le più importanti l’Isola di Amantanì e le isole Taquile. Il nome Titicaca può essere sezionato così: titi= puma kaka=pietra

Detto anche Pacha Kocha

Il 60% delle acque è Peruano, il 40% è Boliviano.

Se si passa dalla Bolivia in Perù attraverso le sue acque non serve il passaporto. Anticamente era un lago salato. Visto dal satellite sembra un PUMA.Isola galleggiante degli Uros

Mi sto annoiando a morte dandovi tutti questi dati, non è il mio stile. Di solito racconto le emozioni, ma in un momento di cedimento della creatività sotto l’influenza prosaica  di alcuni compagni di viaggio, gioco a fare il reporter di National Geografic. In realtà mi sembra, rileggendo il brano, un compito in classe di V elementare su temi di geografia. Perdonatemi!

L’Isola di Amantani strega.  Ma non è quella della foto accanto (la foto è sempre delle isole Uros) . Appena arrivi ti senti un indigeno e ti metti subito a ballare la cumbia, prima ancora di aver mangiato la quinoua (cereale degli Incas) e bevuto la chicha (bevanda a base di mais fermentato).  Per non parlare della ‘maca’ una farina estratta da radice ‘milagrosa’ che potenzia la sessualità, la virilità, la fertilità, l’energia, la salute, la bellezza. Mioddio, ho trovato ‘elisir di lungavita’, ammesso che riesco a superare questa prova di sopravvivenza. Ho già preso appunti, farà parte del pacchetto souvenirs per uso personale.

Abbiamo alloggiato presso una famiglia, mangiato il loro cibo preparato per terra in una cucina senza pavimento e senza acqua corrente. Abbiamo bevuto infusi di foglie di coca per non stramazzare al suolo coi sintomi dell’altitudine e la paura dell’attacco di colibatteri. Per esorcizzare la paura ho aperto il rubinetto della mia vena poetica ed è venuto fuori questo :  “Il Perù è la mano sporca di un bambino che chiede la ‘propina’, dopo aver recitato una filastrocca a memoria. E’ un campo di mais che osserva la montagna. E’ la gonna fuxia di una campesina, curva sul bucato davanti al lago”.

Il pomeriggio del giorno di arrivo abbiamo scalato il monte Pacha Tata (Padre del cielo) fino a 4200 mt sopra il livello del mare. In cima al monte si può vedere il lago a 360 gradi. E puoi avere anche delle visioni di Santi , Arcangeli e Cherubini. Se non ti muovi con lentezza, sei perduto. Io ho vissuto la mia prima  crisi respiratoria all’arrivo e un accenno di tachicardia seguito  da visioni mistiche.

C’è un tempio dedicato alla divinità che dà il nome al monte. Gli altri due si chiamano Pacha Mama e Mama Kocha. Il tempio di Pacha Tata si popola il 15 gennaio di ogni anno per festeggiare il rituale con sacerdote andino.

Alla sera siamo stati invitati ad una festa del villaggio dove i giovani si esibivano in danze a ritmo di cumbia. I nostri ometti compagni di viaggio si sono uniti al folclore locale, travestiti da andini, sembravano veri. Hanno ballato fino a stramazzare al suolo. La gente qua è variopinta e allegra ma sembra più vecchia dell’età reale. Sono cotti dal sole e dal freddo. Però sono felici. Noi cercavamo di imitarli e,  masticando foglie di coca, ci riuscivamo. Forse.

Nell’Isola di Taquile (altitudine mt 4000 sopra il livello del mare) abbiamo continuato a masticare foglie di coca e a non capire il linguaggio dei locali che parlavano la lingua quechua e aimara, diverse dal nostro spagnolo castigliano. In questa isola abitano quattro comunità Inca e sono rappresentate da quattro copricapi sull’arco principale di accesso all’Isola. Il loro codice di comportamento è regolato da tre leggi principali: no robar, no mentir, no ser floco (non essere pigro). La popolazione ha un forte senso dell’onestà e del lavoro. Non utilizzan i muli ma scelgono spontaneamente di accollarsi lavori pesanti, sostituendosi ai muli stessi. Non esiste polizia sull’isola. Non serve. C’è autodisciplina, onestà, e senso del dovere sin dall’infanzia. Gli uomini sposati portano il ‘chospa’, una borsa colorata contenente foglie di coca (che dà anche forza sessuale). Gli uomini liberi non ne hanno bisogno e girano senza borsa. Sabrina, naturalmente, osservava attentamente gli ultimi….

Finalmente

Cuzco, l’ombelico del mondo. Siamo arrivati a bordo del treno famoso che passa attraverso paesaggi spettacolari in mezzo alla foresta tropicale. Il biglietto costa una fortuna ma il gruppo braccine corte ha deciso all’unanimità di soprassedere alla tirchiaggine, risparmiando poi sulle spese dell’alloggio. Ma questa era solo una illusione. L’alloggio scelto,  5 euri a notte, non era proponibile, secondo il parere del generale Sabrina, in quanto non c’era agua caliente. Secondo ruggito del generale e…tutti zitti, domani si cambia albergo! Amareggiati e sottomessi tutti quanti decidiamo il programma per il giorno successivo: visita al mercato di Chinchero (arcobaleno in Quechua) e poi escursione al sito archeologico di Sacsayhuaman. Questo nome significa due cose: ‘aquila con stomaco pieno’ e ‘uomo saggio’.

Era il luogo dei giochi olimpici (Wuarachiki). Il 20 agosto ricorre la festa della luna (Killa Raimi). Qui si sacrificava il llama: lo si sgozzava, gli si toglieva il cuore e si poneva in un calice che veniva subito trasportato nell’altro sito archeologico (q’engo) dove veniva fatto colare il sangue in un solco scavato nella pietra. Tuttora rappresenta un ‘test di buena suerte’. Se cola incanalandosi a destra sarà un anno buono, se cola sulla sinistra sono guai. Se colando sulla sinistra il rivolo si divide in due sarà un anno maledetto (terremoti, alluvioni e fulmini…).

Da qui parte un cammino sotterraneo segreto che conduce a Cuzco. I siti più importanti sono Sacsayhuuaman, Pisac, Ollantaytambo, da cui parte il sentiero Inca che porta a Machu Picchu . A Ollantaytambo troviamo il tempio del Sole fatto con la Chacana (pietra andina che veniva prelevata dalle montagne vicine). Per costruire questo tempio gli Incas deviarono il fiume e impiegarono per l’operazione circa 400.000 persone. Già da allora sono considerate vere opere di ingegneria antisismica. La caratteristica principale delle loro costruzioni era la forma trapezoidale per creare resistenza alle scosse di terremoto (il Perù è un paese altamente sismico). La pietra di costruzione contiene quarzo. Nella montagna di fronte venivano giustiziati gli uomini che non rispettavano le leggi Inca : no robar, no mentir, no ser floco (non rubare, non mentire, non essere pigro). Mentre i templi erano di pietra, le abitazioni oltre alla struttura con pietra venivano ricoperte con argilla per renderle più calde.

Machu Picchu                                                     “Il Perù è un mendicante su un trono dorato”

Ci sono voluti 100 anni per costruire quello che rimane di Machu Picchu. Nel 1987 una spedizione di archeologi trovò lo scheletro di un cavallo che testimonia la presenza degli spagnoli, anche se dalle testimonianze non emerge che fossero a conoscenza di questo luogo. Nel 1901 un abitante indigeno proveniente da Cuzco scoprì questo sito ma non fece in tempo a renderne testimonianza perché cadde nel Rio Sagrado che scorre sotto. Qui scrissi una poesia :

“Perù randagio, che odora di umidità, di sole che suda, di luna che piange, di colori che stordiscono, come il rumore del Rio Sagrado”

. Solo nel 1948 venne aperta la strada che porta in cima al Machu Picchu. Già un archeologo inglese nel 1911 se ne interessò. Si suppone che questo luogo fu abbandonato dagli Incas dopo l’epidemia di varicella portata dagli spagnoli o a causa di una carestia, o a causa di un crimine terribile compiuto da un suo abitante.

Il report finisce qui, perché non vorrei fare invidia ai due sfortunati (Andrea & Ermanno), il duo alcolisti anonimi, tornati a casa prima di noi. Loro non hanno potuto godersi lo spettacolo di Trujillo, dove abbiamo mangiato pesce a go-go, visto le onde più alte di qualsiasi altro oceano al mondo. Qui “al tramonto, le onde si rincorrono e si perdono come in un gioco d’amore infinito, tra ombre e luci”.

Abbiamo fatto trekking memorabile sulla Cordillera Blanca dove io e ‘Piriquita’ abbiamo camminato lungo un torrente costeggiato da una vegetazione incantevole, per andare a fare una sauna naturale nelle grotte vicine e goderci il sole dei 4000 metri in bikini, in mezzo alla foresta. Baciate dal riflesso delle montagne nevose di Huaraz, alte circa 6000 metri. In questo contesto bucolico e selvaggio, abbiamo provato e gustato la ‘maca’, una farina ricavata dalle radici di una pianta andina, già utilizzata dagli Incas come ‘integratore’ che fa miracoli. Se ti avvicini a una erboristeria chiedendo la maca, le commesse ridono sotto i baffi. Sogghignano perché questa ‘panacea’ ha la fama di essere un potente rimedio contro la sterilità, oltre che migliorare la virilità negli uomini e la libido nelle donne. Ne abbiamo comprato un kg a testa e l’estate successiva i nostri frullati di frutta erano conditi ogni giorno con un cucchiaio di questa polverina meravigliosa, i cui effetti non ritengo opportuno descrivere in questa sede.

Il viaggio si è concluso felicemente. ‘Piriquita’ o Spice girl’ e Roberto, l’antisettico per eccellenza, eroicamente decisero di andare in Amazzonia a rischiar le loro vite già provate. Sabrina ed io, generale e sottufficiale, tornammo a casa sfinite dagli effetti del volo, con timpani doloranti a causa della decompressione aerea. In certo momenti, ho vissuto l’avventura come una prova di sopravvivenza, soprattutto durante i pranzi low cost proposti da Andrea, quando il riso speziato col dragoncello esalava odore di last al limone e per quindici giorni consecutivi lo mangiai con atteggiamento stoico , convinta che l’odore venisse dai piatti lavati senza risciacquo.

Concludo con tre momenti poetici : il primo di profonda malinconia in un momento in cui il silenzio ha fatto emergere sensazioni di forte inquietudine

Arequipa

“E’ la pioggia che ti bagna

il sole che sorride dietro la foschia

è la voglia di piangere

la fame, la sete

la fretta di tornare

la voglia di restare

la paura di essere sola

il dubbio di non essere

è l’amore che ti manca

ovunque tu sia

è la contraddizione

la schiavitù di un desiderio

e poi la libertà..”

Ilsecondo nasce  da un momento di contemplazione di paesaggi esteriori che trasmettono altrettanta inquietudine:

Campesinos

“Occhi a mandorla

piume, toni forti,

di flauti e mandolini

odore di smog e di lacrime

di montagna e di assenza

sorriso di bambino con la pelle bruciata dal sole

dorso curvo di donna

inginocchiata tra i raccolti

con desideri nascosti

sotto le gonne colorate

e il futuro appeso alle orecchie di un asino”.

il terzo momento lirico nasce dall’ascolto, di voci dentro e fuori, e non sai qual’è la più potente…

La voce del Rio

Trascina via i pensieri, questo fiume loquace

li assorbe, prepotente, quasi li inghiotte

nel suo chiasso rassicurante e limpido